Sole

C’è un’ora in cui il sole disegna una precisa virgola sul mio balcone. E’ il muro dell’appartamento di fronte che si mette in mezzo, una sorta di braccio a gomito chiuso che fa ombra. E mi piace guardare questo piccolo sgorbio della luce sulle mattonelle rosse sporche. Non ho mai voglia di pulire il balcone, mi intestardisco sul salotto, sull’ingresso, sulla disposizione della tovaglia ricamata al centro del tavolo. Mostro quella parte di me che susciti un Brava. Ho bisogno ancora dell’approvazione della gente, dell’ammirazione palese e mai nascosta di chi mi conosce. Il mio balcone però è diverso. E’ zona d’ombra, finisce che la giornata lo inghiottisca intero e io non mi affacci mai che da una finestra, un muro trasparente che rende al mondo la mia immagine riflessa attraverso la luce. Una particolare riflessione fedifraga. Anche forse un po’ sonora. Non sono più io. Ero alta, snella, con i capelli raccolti. Ho la pelle macchiata, consumata. E come ogni giorno verso le tre mi sdraio a guardare il sole attraverso gli occhiali scuri. Nessuno è passato a trovarmi, in fondo ho ottant’anni e tutto sa di polvere e di rimpianti. La solitudine non ha il calore del sole. E’ fredda come l’ombra del mio balcone.  

L’ostetrica

Gennaio era stato da sempre un rimettere a posto le luci di Natale e cucire. In salotto, davanti alla finestra, dietro ai vetri appannati e all’andirivieni delle persone che correvano troppo. I figli grandi erano ormai lontani. Del marito rimaneva una foto sulla mensola. La crisi aveva portato via anche la nostalgia di un ricordo, ma le calze continuavano a bucarsi. Sempre nello stesso punto. Il filo non reggeva più o era la stoffa a non essere più quella di una volta. Eppure accanto al termosifone, distendeva le gambe per guardarsi i piedi nudi. Erano così brutti. Storti e deformi come le mani che non reggevano più neanche il ditale. Mani che aveva accarezzato, schiaffeggiato, pulito. Dato alla vita. Ora erano ricoperte da infinite macchioline marroni che si spostavano sotto l’onda della pelle cadente. C’era della verità in quei segni del tempo, ma anche tante menzogne. Forse più menzogne che mezze verità.

Così come la dispensa, mezza vuota. Centellinava il cibo. Non perché non avesse voglia di cucinare o uscire a fare la spesa, ma si era abituata a risparmiare. Era più un ripiegarsi attorno a quello strato di sofferenza che la teneva in vita. Uno strato rappresentato da quattro sedie intorno al tavolo, una lampada e polvere dappertutto. Più la toglieva, più lei, affezionata sempre agli stessi luoghi, si riposava lentamente. Non spolverava spesso, questo lo sapeva. Era noioso. Ma il santino incastrato nello specchio all’entrata, aveva sempre una coccola in più. Lo puliva sulla manica del maglione. Santa Rosalia se ne stava così vicina al cero rosso sempre illuminato da una minuscola batteria. Era la protettrice di tutta la famiglia. Una famiglia che rendeva una volta le giornate movimentate ma, che allentandosi con le proprie distanze, aveva reso i mesi tutti uguali. Monotoni, ma lei non si era di certo lasciata abbattere dalla solitudine. Era una condizione, diceva alle vicine più giovani, a cui se ci si abitua poi non si riesce più a farne a meno. Come un cappotto d’estate che anche se pesante non ti fa sudare. Ma l’estate non era la sua stagione preferita e spinta da quell’inesorabile ricerca di un motivo per andare avanti, cuciva. Era più un tenere insieme due lembi di stoffa che non ne volevano più sapere di stare uniti. Più la trama si disfaceva, più cercava strade con l’ago che non aveva ancora percorso. Si sistemava i calzini spaiati in grembo e ne prendeva uno a caso. Infilava il filo scuro nell’ago. Le ricordava i vecchi arresi alla morte. Il bianco non lo utilizzava mai, l’aveva sempre lasciato per i sogni.

Solit-udine

Cara me,

ti ho visto, oggi mentre ti alzavi dal letto. La luce accesa dalla tua parte. Non ti giri neanche più a vedere l’altro comodino. Non c’è più niente da vedere. E’ rimasto solo l’essenziale, i suoi occhiali ora, sono su un altro comodino. Cosa puoi farci? È come vedere una scritta sul muro. Ci passi davanti un milione di volte, poi un giorno, la leggi.

Luca mi hai bucato l’anima”.

Avresti potuto fare qualcosa. Sì, lo so. Invece l’hai lasciato andare. La storia che non volevi incatenarlo, che lo volevi felice. Baggianate. Perché continui a raccontarle a tutti? Ti sei incastrata in una serie infinita di ricordi che ti fanno soffrire. Anche la tristezza è diventata nostalgia. Hai le occhiaie. Nascondi il tuo corpo in pile enormi. Esci con il sole, ma sembri trascinare un’ombra pesante di pioggia.

Nessun faro si nasconde alla tempesta”.

C’è scritto sul muro del mercato. Ormai è scrostato dagli anni e dalla salsedine. Vai sempre agli stessi banchi, compri sempre le stesse cose e cucini. Nutri i figli che ti guardano, ma non dicono niente. I figli sanno essere molto egoisti. Tua figlia ti ruba le magliette e quando le lavi, le riponi direttamente nel suo armadio. Ti sei rintanata sotto uno strato spesso di indifferenza, ma il tuo cuore batte ancora? .

Io e te siamo un Quore solo”.

Lo vorresti scrivere sul muro di casa. Un cuore con la Q, perché anche il cuore sbaglia. Lui è andato via mesi fa. Ha lasciato quattro stracci. Potevi fare qualcosa e invece non hai fatto niente. Smettila di costruirti castelli di carta. È andato via. E tu devi andare al lavoro. Prendi la borsa, ci hai messo tutto? Fa caldo già alle sette di mattino. Alla stazione di Ostia, le chiome dei pini sono immobili. Niente vento.

L’amore ti fotte”.

Ti passi la borsa sull’altro braccio, perché si è già appiccicata. Non la sopporti. Non sopporti neanche l’afa opprimente che si scaglia su Roma ogni estate. “L’amore ti fotte”. Chiunque lo abbia scritto lo dovrebbe riportare su ogni singolo muro, segnalibro, libro. Romanzo. Lettera. Articolo di giornale. Anche sulla carta igienica. Ti fotte e al posto delle farfalle nello stomaco, ti mette le fragole intinte nel viakal.

Non si tratta di vincitori o vinti. Non è una guerra, ma la corazza non l’hai mai avuta. Preferisci girarti dalla parte del muro, pur di non guardare la parte del letto vuota. Tieni il suo cuscino sotto al lenzuolo per non accarezzarlo e piangere.

C’è un filo logico e la gente ci inciampa”.

Quando il treno si ferma ad Acilia, la scritta in nero campeggia sotto l’indicazione della stazione. L’hanno scritta in stampatello minuscolo. Non trovi la penna per riscriverla sul tuo quaderno. Ma non serve, te la ricorderai. Hai una memoria da elefante. C’è una cosa però che ora devi fare.

Affrontare le tue paure, i tuoi rimorsi e tutti quei rimpianti che hai collezionato tra le lenzuola fredde. Non trascrivere frasi dai muri. Hai già tre quaderni, cosa pensi possano dirti delle frasi riservate ad altri?

Non sono verità. Sono solo pezzi di muri imbrattati. Che fine hanno fatto i tuoi sogni? Loro sono la tua parte immortale, le tue ali. La nave che ti permette di salpare in ogni momento. Non è la fuga, la piega dove nasconderti, perché ora è solo un’altra piaga.

Ci sono treni che ti passano sopra una volta sola”.

E dal sedile sporco della metro, guardi le cicche di sigarette che stanno all’angolo tra la fine del vagone e la porta. Il tanfo dei turisti ammassati, ti arriva in una sola zaffata che ti costringe a girarti. Tiri fuori il quaderno viola e comincia a scrivere anche quella frase incastrata tra un sedile rotto e l’altro. Una signora ti guarda. Vorresti dirle ma cosa cazzo guardi ma poi le parole si arrotolano insieme alla lingua. Vorresti spaccare tutto e cancellare ogni singola scritta. Il treno rallenta, si ferma. Apre le porte e una massa umana informe se ne sta davanti a te, pronta per inghiottirti. La scansi come faresti con la peste.

C’è della Gloria nel Non essere Compresi”.

Vaffanculo, e lo urli a mezza bocca. Il barbone sdraiato sotto l’ala nuova di Termini si gira e alza, in segno di brindisi, la bottiglia di birra piena a metà. Fili spedita verso la fermata del centosessantuno che sarà in ritardo, e arriverà stracolmo. Ti giri verso l’edicola. Vorresti comprarti un giornale, poi rinunci.

Non voglio che i nostri destini si perdano nell’infinito. E tu?”

Ieri non c’era. Ti fermi a leggerla, mentre la fermata si riempie di gente assonnata e senza direzione. Ti rimetti a posto i capelli. Dovresti farti la tinta. Anche se vai a fare le pulizie presso una signora anziana, sei sempre una donna. E il romanzo che hai scritto la notte, sbriciolando sul computer? Dove è finto? In quale cassetto? Non lasciare che ammuffisca insieme a tutte le cose che hai lasciato a metà. Annoda tutte le scritte sui muri che hai trascritto in questi mesi, vestile, immergiti nell’inchiostro e poi componi altre parole. Le tue. L’attesa non è una boa di salvataggio.

Dopotutto domani è un altro giorno”.

Te la dovresti scrivere sul muro, dietro al letto. E la dovresti leggere tutti i giorni ad alta voce.

Con affetto, l’altra te.

La letterina

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Il povero signor Natale de Natali se ne stava all’ospizio in via Genova. Non vedeva il mare, ma altri palazzi un po’ alti e un po’ bassi. Non i soliti casermoni di periferia tutti uguali.  Erano palazzine a mattoni o cortina. Avevano quasi tutti i gerani alle finestre, ma sembravano comunque un presepio assemblato male.

Natale era nato il 25 Dicembre e i suoi genitori “Pace all’anima loro” diceva facendosi il segno della croce ancora a novant’anni, l’avevano chiamato così per via del santo giorno. Chissà come si sarebbe chiamato se fosse nato il 2 Novembre.

“Faceva così freddo quel giorno che la mamma partorì da sola. Le strade erano ghiacciate.” Raccontava sempre sua sorella Maria di sei anni più grande. Per lei non c’era il segno della croce o occhi abbassati. Solo un rimbrotto con le labbra di cui nessuno conosceva il significato. Menomale che era morta già parecchi anni fa.

-Natale, buon onomastico.

Il medico gli dava una pacca sulla spalla. E guardava oltre mentre Natale lo immaginava vecchio dentro un ospizio forse un po’ più di lusso di quello, ma sempre un ospizio per vecchi.

-Buon Natale, Natale.

Gli infermieri se la ridevano.

-Felice e sereno Natale, Natale.

Lui se ne stava seduto con il suo cappello color tabacco e la giacca da camera blu. I figli gli portavano un regalo dopo l’enorme abbuffata ma sempre prima del tè delle cinque. Lo abbracciavano ancora sporchi di zucchero a velo del pandoro e se ne andavano via veloci. Natale di tutti quegli auguri e del regalo non sapeva che farci. Tutti gli anni però appendeva all’alberello dell’ospizio una letterina con scritto:

Nato a Milano il 25-12 1925, morto a Milano il 26-12… ma non si decideva mai a mettere l’anno.