Sole

C’è un’ora in cui il sole disegna una precisa virgola sul mio balcone. E’ il muro dell’appartamento di fronte che si mette in mezzo, una sorta di braccio a gomito chiuso che fa ombra. E mi piace guardare questo piccolo sgorbio della luce sulle mattonelle rosse sporche. Non ho mai voglia di pulire il balcone, mi intestardisco sul salotto, sull’ingresso, sulla disposizione della tovaglia ricamata al centro del tavolo. Mostro quella parte di me che susciti un Brava. Ho bisogno ancora dell’approvazione della gente, dell’ammirazione palese e mai nascosta di chi mi conosce. Il mio balcone però è diverso. E’ zona d’ombra, finisce che la giornata lo inghiottisca intero e io non mi affacci mai che da una finestra, un muro trasparente che rende al mondo la mia immagine riflessa attraverso la luce. Una particolare riflessione fedifraga. Anche forse un po’ sonora. Non sono più io. Ero alta, snella, con i capelli raccolti. Ho la pelle macchiata, consumata. E come ogni giorno verso le tre mi sdraio a guardare il sole attraverso gli occhiali scuri. Nessuno è passato a trovarmi, in fondo ho ottant’anni e tutto sa di polvere e di rimpianti. La solitudine non ha il calore del sole. E’ fredda come l’ombra del mio balcone.  

Pensiero al sole

C’era un momento in cui il sole scendeva nel mare e tu ti fermavi. Ti appoggiavi alle mie gambe e mi stringevi. Le parole rimanevano da qualche parte. Il tuo cuore di bambino si tuffava insieme al sole. Il mare lo accarezzava. Piccole onde che sembravano piccole mani. Le tue. Anche tu custodivi qualcosa. Quando il sole era scomparso del tutto, ti alzavi, correvi verso le onde. Le mani in tasca. Rimanevi così finché il cielo non diventava più scuro.

— Mamma!

Inclinavi la testa e soffiavi via qualcosa dalle tue piccole manine. Io mi alzavo e raccoglievo l’asciugamano.

— Cosa soffiavi?

Correvi via verso la strada. Ti fermavi al terzo scalino.

— Soffiavo la buonanotte al sole.

E tornavamo a casa.