Cellophane – Cinzia Leone

Come un involucro, come un muro trasparente, come qualcosa che si frappone fra due mondi e ne cela uno verso l’altro. Esistono entrambi ma sono separati come la felicità dalla realtà.

Cellophane di Cinzia Leone è un romanzo che scava a tratti. Entra nella psicologia del personaggio per poi riemergere d’un tratto e riappropriarsi di una scrittura lineare. E’ un piccolo noir o un abbozzo di giallo di cui i protagonisti si mescolano come le carte da gioco sul tavolo del poker. Ognuno ha i propri assi ma li tiene segreti fino al momento conclusivo.

Aurora la protagonista non doveva nascere. Si porta appresso un fardello scomodo. Essere la seconda.

 

“Non prenda fiato signorina, non ci pensi su. Si tuffi. Solo così si impara a nuotare.” Cazzate. Così era morta sua sorella Sofia a undici anni.

 

Aurora è un venire dopo, è un ripercorrere l’immagine della sorella attraverso i gesti dei genitori. L’aspettativa diventa un incubo perché lei non è Sofia. Un fardello da portare per tutte le lezioni di danza o una delusione per una madre che vedrà  sempre negli occhi un’altra figlia il cui respiro invece appartiene ad Aurora.

Ma la protagonista si divincola da questa smorfia del destino e quando diventa orfana che è solo una ragazzina si trasformerà in una donna e una proprietaria.

 

“Il traghetto è già pieno di turisti  e scolaresche in gita che salutano la madonna sul molo. Qualcuno legge ad alta voce la scritta in latino sulla massicciata che regge il monuimento Vos et ipsam civitatem benedicimus.”

 

La Terrasini è una ditta di disinfestazioni. Aurora fin da piccola aveva questa piccola mania, rovistare nella spazzatura degli altri per capire chi fossero. Quelle rose gialle avvolte nel cellophane, plastica trasparente, distanza di un amore morto tra i rifiuti, non le avrebbe mai scordate. Aurora però è una donna pragmatica, non si abbandona all’amore, vive sola. A farle compagnia ad un certo punto è Tito, un cane preso al canile. Le serve per girare tra i rifiuti senza dare troppo nell’occhio, ma un giorno nel suo perlustrare Aurora si imbatte in un sacchetto della spazzatura che contiene un dito mozzato. Un anello. E si ritroverà alle costole un vecchietto con una barboncina spelacchiata che Tito ingraviderà.

 

Aurora viene risucchiata nel giallo, ma lei invece vuole essere libera. Libera dal ricordo schiavo dei suoi genitori, libera dal greco, uomo d’affari che vuole entrare in società con lei, che suo padre risparmiò da un colpo di fucile. Libera anche dal suo modo di essere così schiva e intransigente. Ma il romanzo non entra troppo dentro Aurora, lei rimane come quel velo di cellophane trovato nella spazzatura della pittrice dell’ultimo piano. Ad avvolgere qualcosa da far percepire. E’ un giallo che si intuisce, è un noir che ha i suoi risvolti. E’ un romanzo che ha diverse chiavi di lettura e tutte da scartare come si fa con il velo di plastica che affligge i ricordi e la felicità.

 

“-Cosa nella vita oltre a portare a spasso i cani.

-Raccolgo sacchetti dei rifiuti.

 Per la prima volta la verità mi scappa di mano.”

Il Conto delle Minne- Giuseppina Torregrossa

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“ ‘A MINNA è diventato un forno molto noto. Sono state soprattutto le donne a decretarne il successo.”

Siamo quasi alla fine del libro manca poco allo scioglimento del nodo di Agata. Perché Agata è la protagonista ma anche una serie di donne che dentro Agata escono come carte dal mazzo. Sono donne vere ma ormai mute. La nonna Agata con la ricetta delle minne che ogni 5 Febbraio le prepara alla santuzza per devozione, rimarrà per tutto il libro la donna portante oltre alla protagonista Agatina sua nipote, ma anche figlia infelice di una madre disattenta, anaffettiva. E poi ci sono le minne. Termine palerminato tondo che rimbalza in bocca per indicare il seno. Segno di abbondanza, di maternità ma anche crocevia di una famiglia che si scontra con il tumore. La scaramanzia molto nota degli isolani, il malocchio, l’amore, le femmine e i masculi che raccontano la storia di un’epoca, di un’Isola la Sicilia raccontata con realismo, ironia, la giusta dose di cinismo e devozione.

“Agatina qui in Sicilia isola di cruzzuni i desideri delle donne non contano niente, mentre quello che vogliono gli uomini diventa destino.”

La storia viene scritta dai matrimoni, dai corredi, ammassati nei pizzi a tombolo ancora da sfilare. Si infila nelle cantine e negli ulivi, si incastra tra i rami e tra le sottane di donne la cui identità è legata al loro potere di sedurre e di tenere in mano le sorti di una terra che è radice e prepotenza. Ma il destino diventa uno sfilatino al sesamo o una dolce minna con la crema di ricotta, languida come la donna dopo l’amore. Illude e pervade, ammalia e poi bastona.

C’è Palermo città a me cara, rivissuta nei suoi odori, nei suoi profumi e voci della Vucciria. C’è la mia appartenenza a un terra che rimane legata dentro  come i nodi degli ulivi ormai centenari ai lati delle strade di campagna. I racconti delle Zie che sono echi lontani e nenie profonde.  C’è il profumo delle mandorle, intenso, pungente, amaro e con quella dose di cianuro da stroncare la parola quando è troppa.

Il segreto delle Minne di nonna Agata?

L’essere pari.

Agata attraverserà la malattia che ha colpito la sua famiglia e che non risparmierà neanche lei. Riscoprirà dentro di sé una forza che non aveva mai saputo di avere. La resistenza agli eventi catastrofici. La resilenza. E la vita passa attraversa la nascita di una nuova Agata.

Un piccolo ingrediente segreto

tradizioniNonna Rosalia è nata in Sicilia quasi cento anni fa. Nonna aveva sangue francese e gli occhi azzurri. Adorava le spille che brillavano. Vistose e piene di pietre blu. Le appuntava ai maglioni, alle sciarpe. La sua eleganza faceva il giro del vicolo mentre nonno brontolava sempre. Diceva che non era mai a casa. Beveva di nascosto l’anice mescolato all’acqua. teneva sempre una bottiglia sotto al letto, dentro a una valigia. Mio padre ha cercato per anni cosa gli facesse alzare il diabete, ma il segreto era ben custodito.

Mia nonna adorava cucinare, dote che mi ha tramandato, mentre nonno spezzava il pane per la mattina. Nonna cantava sempre quando tagliava le verdure, friggeva le melanzane, faceva i dolci. Cantava nella lingua della sua terra e quando andavamo la domenica ci faceva trovare sempre le arance condite. E la tovaglia della bisnonna fatta a tombolo. Mi diceva sempre che in cucina devi prima amare con gli occhi. E un giorno mi ha confidato una cosa che non ho mai scordato:

-Per fare le melanzane alla parmigiana ci vuole un ingrediente segreto, un piccolo e profumato ingrediente segreto.