Appunti da un bordello turco- Philip Ó Ceallaigh- Racconti Edizioni

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Di una raccolta di racconti non sempre si arriva alla fine, all’incirca a metà si prende tempo perché i racconti non sono come i giorni che passano in fretta. Ogni racconto è da sempre un tuffo, un’immersione in un mondo, una bolla dove vivono personaggi. Ogni racconto è una fetta di vita a parte.

Qui abbiamo diciannove racconti dalla copertina ruvida, un’immagine in bianco e nero e piccole foglioline verdi che scendono. Appuntate qua è là come potessero da sole dare le coordinate. Racconti edizioni propone questa raccolta in una veste grafica che colpisce. Ogni libro ha la sua copertina e di questo posso dire che il vestito calza a pennello.

Il titolo Appunti da un bordello turco potrebbe portarci fuori strada invece il mondo dei racconti, la vita spesso crudele o cruenta dei personaggi si sveste come nei bordelli del perbenismo e lascia a nudo certezze ormai spente e paure. La sofferenza forse è il filo rosso che unisce i diciannove racconti. Una sofferenza che non è pietà. Nessuno è povero ma di fatto tutti condividono la povertà.

Philip Ó Ceallaigh nasce in Irlanda e vive a Bucarest. Di questa città ne mostra l’ossatura. L’armatura dei palazzi fradici. Mi sono sentita quasi attratta dal ritmo asciutto e dalla vita di questi uomini che spesso parlano in prima persona.

I racconti sembrano entrare l’uno nell’altro. Non ci sono passaggi bruschi. Il filo conduttore è così ben tirato che non si accorge che il ritmo o il personaggio seguito fin dalla pagina prima, girandola si chiama in un’altra maniera. Forse però non vale per tutti i racconti perché altrimenti potrei banalizzare la raccolta.

E’ un mondo di solitari dove la società scava e mostra le proprie brutture. C’è ancora qualcosa di bello?

Una sensazione nauseante, quella di essere all’interno di una bocca vecchia e bagnata. Erano tutti ammassati uno accanto all’altro. Pavel scostò la faccia dal lato, così non doveva respirare il respiro del vecchio bacucco, col suo risucchio bavoso ogni due secondi nell’orecchio.”

L’interpretazione dell’uomo è come un vecchio muro ora scrostato ora bagnato, trasuda povertà sofferenza. Trasuda una città che è fatta di relitti e palazzi tutti uguali.

Ecco un tipo di uomo che ha per firma una sola, stupida nota prolungata.”

Il quartiere è lo squarcio di vita dove tutto si condensa. Il quartiere è il condominio, è il tavolino con le birre, è il letto macchiato. E’ un insieme di cose, sentimenti e persone tenute legate forse dalla speranza? O dalla sopravvivenza? E il quartiere è il racconto Nel quartiere. Dentro alle cose, dentro ai muri.

Mi ci sono immersa completamente. Quasi un peccato riemergere per terminarlo perché avrei voluto sapere di più, avrei voluto quasi bruciare o annegare con Pavel.

“… Il sistema continuava ad arrancare verso il futuro. La gente si lamentava delle sofferenze. Le bollette, le bollette! E nel regno delle sofferenze, Popa era diventato il prete della gente. Arrivavano da lui con le loro lamentele, i racconti delle loro pene, i loro acciacchi, le loro emorroidi, le loro indigestioni, le loro turbe, la loro confusione, la loro delusione, la loro malinconia, il loro commento politico, la loro nostalgia e lui si prendeva i loro soldi, li inseriva nei registri e li commiserava…”

La povertà vince su tutto. Uomini che fumavano per scacciar via la paura della salute.

Povertà, pensò Dorin, è amare solo le cose che non ci si può permettere.”

La pioggia è uno stato d’animo. I muri che trasudano acqua quando fuori piove è l’ultimo strato di una povertà che affoga anche le idee. Doris e Povia sopravvivono lo stesso. Il racconto finisce ma non finisce il piacere di tuffarsi ancora.

Dolcezza e Camminando verso il Danubio. Opportunità e libertà, America. Stazione dei treni, umanità. Da una pagina all’altra si rimbalza e ci si sente schiacciati. Inglobati in un viaggio.

Tutti i fiumi corrono al mare, ma il mare non si riempie mai.”

La Romania è un punto di partenza per molti. Il protagonista di Denti rotti sogna il Canada. Sogna il riscatto, la libertà che qualcuno vede in un foglio bianco dove poter scrivere tutte le vite e poi cancellarne e poi riscriverle di nuovo. La disperazione, il pianto, nessun uomo piange uguale all’altro. Come non tutti ridono alo stesso modo. E poi si arriva ad Appunti da un bordello turco. Il senso di tutta la raccolta in una storia centrale, l’apice del viaggio.

– Questa deve essere la fine della storia.

– Bisogna andare solo un po’ più in là, amico mio. Per rimettere tutto in ordine. Se non diamo una forma a questo caos soffriamo la confusione, la depressione e cose peggiori.”

Ma c’è ancora l’anima di un sogno, quello di un bambino paffuto da vestire con abiti goffi e panciuti. La bellezza che chiude la raccolta. La mente che viene circumnavigata dove tutto si perde e si ritrova.

E non posso che consigliare questa raccolta. Questa crepa nella città da dove poter vedere le porte chiuse e qualche anima alla finestra.

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E’Ancora Paura

E’ ancora paura. Non passerà stavolta facilmente. C’è Fahed il pizzaiolo sotto casa, c’è il fruttivendolo accanto. Sono tutti egiziani. Hanno la loro bandiera, la figura della Mecca tra le zucchine e zucche. Hanno anche il cous cous quello precotto che loro non mangeranno mai. Li ho guardati oggi passando, i soliti sorrisi. Forse loro lo sanno che la gente pensa che anche loro siano terroristi. Forse non lo sanno. No, sicuramente il sospetto ce l’hanno. Eppure scaricano le arance tutti i giorni alla solita maniera. C’è gente che fa domande, gira sospettosa. La paura spaventa. Ci tieni immobili. Ci fa guardare Fahed e gli altri con gli occhi di chi li vorrebbe lontano dalle nostre case. Diventiamo razzisti anche se ci imponiamo di mantenere un certo controllo. Il sospetto ricade su tutti. La paura non è razionale. La paura ci fermerà in strada, ci farà guadare ancora di più la follia che potrebbe manifestarsi in qualunque momento. Punteremo il dito perché l’odio ha radici lontane e ha generato solo altro odio.

Intanto anche oggi la bandiera dell’Egitto sventola sotto un vento caldo e pigro. Chissà come erano le piramidi ai tempi dei faraoni. O com’è il deserto al tramonto. Le cassette della frutta sono impilate anche stamane. La serranda del pizzaiolo abbassata per metà. E’ tempo di impasto. Il marciapiede è vuoto. La gente passa oltre. C’è un alto grado di scetticismo e ignoranza che condisce le nostre giornate. Andiamo avanti fino al prossimo colpo. Toccherà anche noi piangere i nostri morti? Esplodere in una giornata dove c’erano mille impegni o in un giorno che non avevamo pulito la cucina? Succederà mentre andiamo al lavoro? O per una vacanza?

Spero non capiti, ma la speranza è ridotta a un pugno di solitari sproloqui mattutini. Ci sono fatti. Profughi, terroristi, terre devastate, odio, gente normale che non tornerà più. Gente che magari quel giorno sperava fosse un giorno normale.