La croce

Non c’era immagine che la rispecchiasse. Era nuda con indosso il suo cappotto di sogni e ricordi. Ma erano diventate molte di più le cose da tenere a mente che quelle da desiderare davvero. E si era fermata. Davanti allo specchio guardandosi ogni singola ruga segnare il viso. Non serviva contarle, ne aveva sempre una in più. Non servivano neanche creme o intrugli magici, la morte avrebbe disteso anche la più piccola imperfezione del viso. Eppure non la spaventava morire. La terrorizzava non essere ricordata, aver sprecato una vita dietro a ideali fasulli e bacati. Dietro persone che non la meritavano, ma che lei si ostinava a voler convertire. Non era credente, non andava in chiesa, portava con sé un sacchetto di pazienza e amore da distribuire. Come fossero caramelle per i meno buoni. Erano tutti bravi a curare le persone sane. Lei voleva cambiare il mondo, dispensare bontà e rassegnazione come unici strumenti per la pace. Voleva lasciare una traccia della sua esistenza. Ma non era più sicura di niente. La gente l’aveva derisa e tradita. Le era rimasta una croce da appendere al collo e sacchetti di lavanda da sistemare nel primo cassetto del comò. Lo specchio intanto, si era risucchiato la sua immagine trasformandola in un’ombra lunga. Non restava che spegnere la luce e restare ad occhi aperti ingoiando il buio intorno.

Lo straniero – Albert Camus

A prima lettura si potrebbe quasi pensare che non sia una narrazione, che gli stranieri siamo noi. Una grande, enorme didascalia. Eventi, emozioni, il funerale della madre come elenchi puntati. Una serie di azioni tra il protagonista e il mondo che gira intorno semplicemente come serie di eventi che si susseguono. Tutto è quasi fastidioso o insignificante. Il romanzo è scritto in prima persona ma non è una confessione né un’autobiografia. Meursault, il protagonista, non tenta mai di descrivere le proprie sensazioni né di spiegare le proprie azioni (soprattutto l’omicidio).

“Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: ‘Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti’. Questo non dice nulla: è stato forse ieri.”

Ci si rende conto dell’ineluttabilità dell’esistenza dal cane rognoso dell’inquilino che abita nel suo palazzo quando questo scompare e il padrone perde il senso o il senno. Odiava il cane ma era tutto quello che aveva. Ma nel libro non si affonda mai il coltello nell’introspezione che si scoperchia poco alla volta come un mondo appena sotto la superficie. E’ forse il guizzo di una donna che colorirà un universo a prima vista monotono.

“La sera Maria è venuta a prendermi e mi ha domandato se volevo sposarla. Le ho detto che la cosa mi era indifferente, e che avremmo potuto farlo se lei voleva. Allora ha voluto sapere se l’amavo. Le ho risposto, come avevo già fatto un’altra volta, che ciò non voleva dir nulla, ma che ero certo di non amarla. ‘Perché sposarmi, allora?’ mi ha detto. Le ho spiegato che questo non aveva nessuna importanza e che se lei ci teneva potevamo sposarci”.

Meursault forse non prova sentimenti? Sensazioni, ma mai emozioni che trascinano. Uccide un uomo, ma dirà poi ai giurati schierati per il suo processo che era stata colpa del sole. Un sole che lo aveva accecato. Una metafora della sua esistenza.

“Mi sono scrollato via il sudore e il sole. Ho capito che avevo distrutto l’equilibrio del giorno, lo straordinario silenzio di una spiaggia dove ero stato felice. Allora ho sparato quattro volte su un corpo inerte dove i proiettili si insaccavano senza lasciare traccia. E furono come quattro colpi secchi che battevo sulla porta della sventura”.

Ma gli stranieri non siamo noi è lo stesso Meursault  che non ha pianto al funerale della madre e ora viene processato per aver ucciso un uomo e additato come uomo insensibile. Lui che non provava sentimenti o li celava perché di poco significato, ora è accusato di non aver provato niente neanche dopo la morte di suo madre. E questo lo condannerà. Si i rifugia nel ricordo del mare e della sabbia. Prova un guizzo di rabbia per il prete e per un Dio che non è di nessun conforto a nessuno perché la vita lo ha portato ad estraniarsi anche da se stesso. Meursault  aspetta l’ultimo giorno. Si accorge che la sua vita sta per finire e che la libertà è solo un perdersi dopo la morte per rivivere tutto. E qui arriva l’assurdo. L’attesa della morte come pagina inconfutabile di una vita vissuta che ha i colori dell’alba.

Gastone

goebel_rosina-5Alternava il ricordo alla sopravvivenza. Si vestiva con garbo, nella borsetta aveva sempre le pillole di riserva per la pressione , il carrello della spesa era appoggiato al muro dell’ingresso sopra un giornale per non sporcare il pavimento. Da quando era morto suo marito, la luce che aveva negli occhi si era spenta. Non si guardava che di sfuggita allo specchio per non leggere sempre le stesse lacrime. Si chiedeva perché lui e non lei. In fondo era stanca di cucinare, lavare, pulire. Infarto e via. Non aveva avuto neanche il tempo di salutarlo, era uscita a comprare della carne e quando era tornata era troppo tardi. Avevano chiuso la bara e non era arrivata a festeggiare le nozze d’oro. Poi c’era quel viaggio che programmavano da tempo e che rimandavano ogni anno. Non avevano figli, ma era sempre la stessa storia. Pigrizia e una volta l’anca della cognata, una volta la polmonite della sorella. I nipoti grandi che si appoggiavano da lei. La suocera ormai ridotta su una sedia che ancora comandava. Ora il dépliant del viaggio era vicino alla foto del matrimonio. Quella grande sul comò. Aveva uno strascico lungo legato sulla nuca insieme a una cascata di roselline bianche. Sorrideva. Non le era sembrato di essere così felice. Il ricordo smussava gli angoli, il dolore, le cose tristi si trasformavano in malinconia. Dopo il funerale era tornata a casa e aveva cucinato il baccalà con i pomodorino. Apparecchiato per due e conversato come se lui fosse lì. Il baccalà era venuto salato così mise tutto nella carta stagnola e lo portò ai gatti. Le correvano incontro perché avevano fame, ma quando cercava di accarezzarli dopo, scappavano. Erano forastici e opportunisti. Si sarebbe presa invece un bel gatto pacioccone e l’avrebbe chiamato Gastone, come suo marito. Un gatto rosso dagli occhi versi.

American Dust

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Non è un libro scritto da una donna o che tratta di condizioni femminili, ma quel Prima che il vento porti via tutto mi ha fatto ricordare le poesie delle donne, sempre legate a un filo di seta meravigliosamente indistruttibile. E’ un libro che va letto, secondo me. Tutto gira intorno a un senso circolare dell’esistenza o intorno a mezzo giro di lago dove la morte è un personaggio. Non ne ha timore l’autore è solo una piaga che si porta dentro e che cresce. E’ cominciata per una coincidenza andando ad abitare sopra le pompe funebri e poi è diventata un episodio della sua vita. E’ scritto come si scriverebbe un flusso di coscienza, ma forse poi si discosta. E’ strano, ma allo stesso tempo sa prenderti. Criticato è vero, ma vale la pena leggerlo.

American dust. Prima che il vento si porti via tutto è un libro di Brautigan Richard pubblicato da Isbn Edizioni.