Lo straniero – Albert Camus

A prima lettura si potrebbe quasi pensare che non sia una narrazione, che gli stranieri siamo noi. Una grande, enorme didascalia. Eventi, emozioni, il funerale della madre come elenchi puntati. Una serie di azioni tra il protagonista e il mondo che gira intorno semplicemente come serie di eventi che si susseguono. Tutto è quasi fastidioso o insignificante. Il romanzo è scritto in prima persona ma non è una confessione né un’autobiografia. Meursault, il protagonista, non tenta mai di descrivere le proprie sensazioni né di spiegare le proprie azioni (soprattutto l’omicidio).

“Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: ‘Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti’. Questo non dice nulla: è stato forse ieri.”

Ci si rende conto dell’ineluttabilità dell’esistenza dal cane rognoso dell’inquilino che abita nel suo palazzo quando questo scompare e il padrone perde il senso o il senno. Odiava il cane ma era tutto quello che aveva. Ma nel libro non si affonda mai il coltello nell’introspezione che si scoperchia poco alla volta come un mondo appena sotto la superficie. E’ forse il guizzo di una donna che colorirà un universo a prima vista monotono.

“La sera Maria è venuta a prendermi e mi ha domandato se volevo sposarla. Le ho detto che la cosa mi era indifferente, e che avremmo potuto farlo se lei voleva. Allora ha voluto sapere se l’amavo. Le ho risposto, come avevo già fatto un’altra volta, che ciò non voleva dir nulla, ma che ero certo di non amarla. ‘Perché sposarmi, allora?’ mi ha detto. Le ho spiegato che questo non aveva nessuna importanza e che se lei ci teneva potevamo sposarci”.

Meursault forse non prova sentimenti? Sensazioni, ma mai emozioni che trascinano. Uccide un uomo, ma dirà poi ai giurati schierati per il suo processo che era stata colpa del sole. Un sole che lo aveva accecato. Una metafora della sua esistenza.

“Mi sono scrollato via il sudore e il sole. Ho capito che avevo distrutto l’equilibrio del giorno, lo straordinario silenzio di una spiaggia dove ero stato felice. Allora ho sparato quattro volte su un corpo inerte dove i proiettili si insaccavano senza lasciare traccia. E furono come quattro colpi secchi che battevo sulla porta della sventura”.

Ma gli stranieri non siamo noi è lo stesso Meursault  che non ha pianto al funerale della madre e ora viene processato per aver ucciso un uomo e additato come uomo insensibile. Lui che non provava sentimenti o li celava perché di poco significato, ora è accusato di non aver provato niente neanche dopo la morte di suo madre. E questo lo condannerà. Si i rifugia nel ricordo del mare e della sabbia. Prova un guizzo di rabbia per il prete e per un Dio che non è di nessun conforto a nessuno perché la vita lo ha portato ad estraniarsi anche da se stesso. Meursault  aspetta l’ultimo giorno. Si accorge che la sua vita sta per finire e che la libertà è solo un perdersi dopo la morte per rivivere tutto. E qui arriva l’assurdo. L’attesa della morte come pagina inconfutabile di una vita vissuta che ha i colori dell’alba.