Sentire, volere, amare

-Lo senti?

-Perché dovrei sentire qualcosa?

-Sì, proprio qua.

-Ma io non sento niente.

-Dammi la mano.

-E ora? Qui, proprio qui.

-No Aria, no.

-Come è possibile? Io lo sento, è proprio in questo punto ma forse…

-Forse te lo sei immaginato.

-Mi capita spesso. A te non succede mai?

-Quando sono a scuola, vorrei essere qui con te.

-Davvero?

-Mi piace questo nostro posto, ci siamo solo noi due.

-Andrà tutto bene Fra’?

-Perché me lo chiedi sempre?

-Ho paura.

-Hai parlato con tua madre?

-Non ancora, non so come reagirà, lavora tutto il giorno e io sono così piccola. Non capirà. Lo so, non mi ascolta più. Una volta eravamo sempre insieme, lei…

-Lei?

-Lei mi raccontava le favole e mi comprava le figurine tornando dal lavoro. Poi ha smesso oppure sono io che non mostravo più nessun interesse.

-E’ normale. Ormai sei una ragazzina.

-E tu l’uomo?

-Spero non come mio padre, voglio essere diverso.

-Diverso come?

-Non lo so però diverso.

-E il motorino poi?

-Il prossimo anno.

-Ma il prossimo anno, non ci servirà un motorino. Avremo bisogno di una macchina.

-Devo prendere la patente prima.

-Senti qua.

-Dove?

-Proprio qui, dammi la mano. Lo senti?

-No.

-Come lo chiameremo?

-Ce lo toglieranno.

-Se è femmina ho scelto Libertà.

-Ma non è un nome.

– Già la immagino mentre sgambetta sul prato.

-Io non lo so se sono pronto.

-Io sì e basterà per tutti e due.

-Senti qua.

-Sì, ora la sento.

 

 

 

Ali di Gabbiano

Se ti avessero chiesto a vent’anni, caro lettore, in che direzione sarebbe andata la tua vita, saresti stato spavaldo. Avresti risposto: Il mondo è nelle mie mani, andrà dove voglio io. E se te lo domandassero ora a quarant’anni? Alzeresti le spalle. Diresti: È andata come è andata. Non è una risposta. Te lo sei mai chiesto perché quel mondo che avevi nelle mani poi è inesorabilmente scivolato?

Sì, forse un milione di volte. Sei convinto che la vita prende questa o quella piega perché ci si rassegna a un vortice di eventi che ti trascinano verso il fondo. Non puoi che arrenderti anche al tuo riflesso. Ti chiedi chi sei? I sogni perdono consistenza, diventano immagini sfocate. Ti scusi con te stesso e continui a vorticare nel tuo personale inferno cercando ogni tanto una boccata d’aria. Purtroppo è già stata respirata.

Ogni cosa, per te, è stata sacrificio. Le vacanze, il mutuo, il lavoro, il miniappartamento arredato fino al soffitto. I giudizi instancabili degli altri a sottolineare sempre dove sbagliavi. La spesa, le bollette, la macchina usata, i figli. I capelli che se ne andavano lasciando la fronte stempiata. I parenti, un’immensa massa di ipocriti sempre sorridenti. Il grasso che si accumulava sulla pancia. Le lunghe riunioni dopo una giornata massacrante. Tutto è stato una corsa contro il tempo. Non arrivavi mai a mettere il termine fine.

C’era sempre qualche rata da pagare, qualche cena a cui partecipare, non ti sei ritagliato mai un attimo solo per te. Neanche sotto la doccia quando era un via vai di gente che discuteva e ti sfilava i pochi spiccioli dal portafoglio. Non eri più libero neanche di pensare. Non sognavi tutto questo, lo so. Avresti voluto una vita diversa. Alla ricerca dell’essenza delle cose. Perché volevi andare oltre le apparenze ma sei rimasto intrappolato.

– Conosci almeno un tizio che ha lasciato tutto per inseguire un sogno?

– Sì, caro lettore.

– Ma forse lui non aveva un lavoro, una famiglia, dei parenti.

– Li aveva, eccome se li aveva.

– E ha lasciato tutto?

– Sì. Ha ritrovato i suoi sogni chiusi in un cassetto e ha smesso di immaginarli. Si è creato un mondo, lettore, dove rifugiarsi per poter respirare ancora. Boccheggiava, esattamente come te. Era stanco, stufo di rincorrere se stesso, di guardarsi allo specchio e non vedere che un’ombra che aveva il suo volto. Voleva essere una persona diversa da quel padre che aveva conosciuto e imparato ad amare solo da grande. Non voleva diventare come lui. Un sacco inerme strizzato da un mondo ostile. Capace di prendersela con il mondo, con i suoi figli e accarezzare quella bottiglia di vino come se fosse il Santo Graal.

– Tu hai mai pensato a fuggire?

– Non lo so.

– Non trovi giusto inseguire quell’unico grande sogno rimasto intrappolato dal tempo o dalla polvere?

– Ci sono altri modi per evadere la realtà.

– Vale più un giorno da leoni o cento da pecora?

– Non lo so.

– I più furbi ti risponderanno 50 da leoni e 50 da pecora.

Perché la paura c’è sempre. La paura di cambiare, di accettare, di sentire l’emozione e sbagliare. Ti ritrovi a tamburellare con le dita mentre passeggi dentro strade desolate. Ti sembra di avere più di un Io che cerca una casa o una riposta sincera. Ti senti in gabbia ma non sai quando ci sei entrato. Possibile che ti sei ridotto così? Tu che viaggiavi in motocicletta senza rispettare i limiti, curvavi sul bagnato senza la minima esitazione. Il tempo rincorre chi si chiude in trappola.

E ti riscopri come un bambino davanti al barattolo delle caramelle. Vorresti prenderle allora ti guardi intorno furtivo per non farti vedere, pensi al rumore del tappo che si svita piano. Assapori ogni attimo fatto d’adrenalina. Immagini il tappo nelle tue mani. Tolto niente avrà lo stesso sapore. Tutto prenderà dimensioni diverse e la mano sarà sporca non solo di zucchero o miele. Hai un nuovo coraggio in mano. E ti cali come un attore dentro quest’emozione nuova.

Bussano alla porta. Devi rientrare nei tuoi panni di impiegato, leggere attentamente quelle carte prima di farle arrivare all’ufficio competente. Mentre leggi squilla il telefono, rispondi senza neanche finire di dire pronto perché tua moglie ti investe con le solite accuse sui tuoi figli. Non togli gli occhi da quelle righe ma non capisci più nulla. È un rimbalzo di colpe e difetti.

Ti sembra di bucare il muro e di aprire una finestra, ti vedere un cielo azzurro dove due ali immense volteggiano. Ti sembra di alzarti, e di adagiarti su quel piccolo mondo a un passo dal cielo. Ti senti libero mentre il telefono si muove perché animato da tutte le accuse che non vuoi più sentire. La realtà è ben altra. È un telefono anonimo. E tu non sei più tu. Dov’è quella finestra? La chiave per sognare si è arrugginita? Bussano di nuovo alla porta, il muro è tornato muro. Le parole indolenti e vuote. Le frasi inchiostro nero. Sbuffi.

– Vuoi sapere di quel tizio ora?

È andato oltre le apparenze. Ha preso un aereo, ha lasciato tutto. Giusto o non giusto.

Chissà dove è ora? Tu cosa aspetti? Hai paura? Sì, è giusto averla. Pensi ai tuoi figli non puoi abbandonarli, ma perché sei arrivato a questo punto? Perché la gabbia che vedi intorno a te si sta inevitabilmente stringendo. Hai più paura di essere soffocato che di partire davvero. Scuoti la testa, ritorni alla tua scrivania. Tu non partiresti mai, troppe responsabilità. Capisco. Io ho deciso. Ho valutato pro e contro. Ho bisogno di respirare ancora prima di morire, ho bisogno di cavalcarla quell’onda prima che arrivi la bonaccia. Ho bisogno di essere presente a quello che sono e non a quello che vorrei essere. I sogni vanno inseguiti, il tempo può essere fermato. Le lancette possono correre con noi e non contro di noi. Ce la possiamo fare, caro lettore. Hai deciso?

Capisco. Sì, lo capisco, davvero. Ma non sciupare troppo le apparenze, potrebbero consumarsi e potresti non aver altro da esibire.

Io vado, tu resta.

Lo straniero – Albert Camus

A prima lettura si potrebbe quasi pensare che non sia una narrazione, che gli stranieri siamo noi. Una grande, enorme didascalia. Eventi, emozioni, il funerale della madre come elenchi puntati. Una serie di azioni tra il protagonista e il mondo che gira intorno semplicemente come serie di eventi che si susseguono. Tutto è quasi fastidioso o insignificante. Il romanzo è scritto in prima persona ma non è una confessione né un’autobiografia. Meursault, il protagonista, non tenta mai di descrivere le proprie sensazioni né di spiegare le proprie azioni (soprattutto l’omicidio).

“Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: ‘Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti’. Questo non dice nulla: è stato forse ieri.”

Ci si rende conto dell’ineluttabilità dell’esistenza dal cane rognoso dell’inquilino che abita nel suo palazzo quando questo scompare e il padrone perde il senso o il senno. Odiava il cane ma era tutto quello che aveva. Ma nel libro non si affonda mai il coltello nell’introspezione che si scoperchia poco alla volta come un mondo appena sotto la superficie. E’ forse il guizzo di una donna che colorirà un universo a prima vista monotono.

“La sera Maria è venuta a prendermi e mi ha domandato se volevo sposarla. Le ho detto che la cosa mi era indifferente, e che avremmo potuto farlo se lei voleva. Allora ha voluto sapere se l’amavo. Le ho risposto, come avevo già fatto un’altra volta, che ciò non voleva dir nulla, ma che ero certo di non amarla. ‘Perché sposarmi, allora?’ mi ha detto. Le ho spiegato che questo non aveva nessuna importanza e che se lei ci teneva potevamo sposarci”.

Meursault forse non prova sentimenti? Sensazioni, ma mai emozioni che trascinano. Uccide un uomo, ma dirà poi ai giurati schierati per il suo processo che era stata colpa del sole. Un sole che lo aveva accecato. Una metafora della sua esistenza.

“Mi sono scrollato via il sudore e il sole. Ho capito che avevo distrutto l’equilibrio del giorno, lo straordinario silenzio di una spiaggia dove ero stato felice. Allora ho sparato quattro volte su un corpo inerte dove i proiettili si insaccavano senza lasciare traccia. E furono come quattro colpi secchi che battevo sulla porta della sventura”.

Ma gli stranieri non siamo noi è lo stesso Meursault  che non ha pianto al funerale della madre e ora viene processato per aver ucciso un uomo e additato come uomo insensibile. Lui che non provava sentimenti o li celava perché di poco significato, ora è accusato di non aver provato niente neanche dopo la morte di suo madre. E questo lo condannerà. Si i rifugia nel ricordo del mare e della sabbia. Prova un guizzo di rabbia per il prete e per un Dio che non è di nessun conforto a nessuno perché la vita lo ha portato ad estraniarsi anche da se stesso. Meursault  aspetta l’ultimo giorno. Si accorge che la sua vita sta per finire e che la libertà è solo un perdersi dopo la morte per rivivere tutto. E qui arriva l’assurdo. L’attesa della morte come pagina inconfutabile di una vita vissuta che ha i colori dell’alba.

American Dust

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Non è un libro scritto da una donna o che tratta di condizioni femminili, ma quel Prima che il vento porti via tutto mi ha fatto ricordare le poesie delle donne, sempre legate a un filo di seta meravigliosamente indistruttibile. E’ un libro che va letto, secondo me. Tutto gira intorno a un senso circolare dell’esistenza o intorno a mezzo giro di lago dove la morte è un personaggio. Non ne ha timore l’autore è solo una piaga che si porta dentro e che cresce. E’ cominciata per una coincidenza andando ad abitare sopra le pompe funebri e poi è diventata un episodio della sua vita. E’ scritto come si scriverebbe un flusso di coscienza, ma forse poi si discosta. E’ strano, ma allo stesso tempo sa prenderti. Criticato è vero, ma vale la pena leggerlo.

American dust. Prima che il vento si porti via tutto è un libro di Brautigan Richard pubblicato da Isbn Edizioni.