La valle delle donne lupo-Laura Pariani

Di questo romanzo si viene colpiti. Per ognuno il colpo è certo diverso ma non meno efficace. Perché quel colpo, a cui forse diamo una connotazione negativa, altro non è che l’ululato di una lupa che con le parole ci porta in un luogo quasi fuori dal tempo. La Fenisia. Protagonista e narratrice. Un connubio subito interessante per una narrazione che si svolge dal 1928 al 2007 nelle valli dell’alto Piemonte.

Il senso della morte, i segreti e la memoria contraddistinguono questo romanzo. Ogni pagina è un lasciar traccia di qualcosa che si è dissolto come la neve agli angoli delle strade in primavera

“La montagna, più che un luogo geografico, è un’esperienza: quella di un mondo potente nella sua resistenza a certe pazze vertigini della modernità, ma assolutamente marginale.”

Fenisia scoperchia tutto nelle mani di una ricercatrice che attraverso di lei ricostruisce la vita della montagna del paese piccolo. La montagna non è solo un luogo ma non è neanche una prigione, è “culla e tomba, ti dilapida tutte le forze. Ed è per questo che molti scappano.”

La verità era che vivere nella valle era durissimo. Tanto più se hai la sfortuna di nascere femmina. La condizione della donna viene punita dai genitori, ammonita dal parroco che vede nelle donne una perdita di virtù, di devozione.

Ma non c’è nessuna perdita nel libro, solo donne il cui destino sembra segnato. Therèsia che partorisce solo angeli. Femmine che durano poche ore accomunate solo da un nome, Tilde per tutte. La morte che definisce un perimetro. Ma le forze tendono a implodere, piano.  E chi sono queste forze?

La Fenisia e la Grisa.  La vita della Fenisia cambia quando viene spedita dai nonni lontana dalla valle e allontanata dalla Grisa, una frattura che determinerà una faglia nella sua ricerca di donna della valle.

“Come se la parola Io non le appartenesse più.”

 Ma il loro mondo tenderà a chiuderle insieme. La prima nella solitudine anche dopo sposata, la seconda in una pazzia di cui poi non potrà fare a meno.

“Cifì-nofò.”

“Frafàn-cofò.” 

Sembra una filastrocca ma è solo il loro modo da bambine e da adulte di riconoscersi come fanno i lupi quando si incontrano nella foresta. Si annusano, si riconoscono.

“ Una donna era stata accusata di essere stria. A coloro che la giudicavano lei cercò di spiegare che la sua attività di cercatrice d’erbe non andava per tresche diaboliche., ma percorreva straduzze solitarie in compagnia dei semplici elementi della notte nel bosco: la luna, l’anima del vento, la rugiada, la nebbia che sfiocca tra i sambuchi, i sogni. “

Ed ecco la meraviglia del libro. La trasformazione. Le donne, non tutte,  diventavano lupe e si aggiravano per la valle. Il balengo, il diverso ossia colui che per difendere se stesso si trasformava in qualcosa di quasi mostruoso.

Ma l’essere lupe non passa per i denti o le visioni o le storie. Le donne lupo esistono e si possono sentire per tutta la fine del romanzo. Le donne, la grande forza delle donne che hanno assaggiato il dolore, la privazione, l’essere costrette a rinunciare a essere donne. Ecco le lupe sono ancora in quella valle, non si nascondono. E la storia è forse l’unica impronta che ancora lasciamo non solo tra le valli.