Carlina o Carletta?

Ogni volta era come scendere un gradino. A testa bassa.

Carlina o Carletta a seconda delle occasioni non era mai Carla, ma un vezzeggiativo per elencare le sue innumerevoli doti.

-Carlina me la fai una torta per la festa dei bambini di quelle che sai fare tu buonina, buonina?

-Carletta un lavoretto veloce per i bimbi della parrocchia?

E Carlina impastava o Carletta cuciva. Le arrivavano i complimenti da tutti, ma quando finiva la giornata lei andava sempre lì. Al suo sogno.

Ogni mattina spolverava con cura la foto del matrimonio, girando dietro la cornice come se il velo si arrotolasse dietro. Poi passava alle due statuette della nonna in porcellana.

-Carlettina mia, rimani sempre così.

C’era sempre un vezzeggiativo diverso sulla bocca di tutti e quando arrivava il postino Carla prendeva quella lettera bianca con il suo nome scritto in bella grafia e la apriva seduta sul bordo del letto per non sgualcire la coperta. La leggeva e poi la riponeva con un grande sospiro dentro il cassetto di sinistra del mobile in corridoio.

Continuava a illudersi. Prima o poi si avvererà Carla. Tutti le dicevano sai fare tante cose, ma non le bastava. Qualche volta a fine giornata con in dosso ancora il grembiule, apriva quei due cassetti del corridoio. Insieme. Quello di destra era vuoto. Quello di sinistra era pieno di lettere con scritto il suo nome: Carla.

-Carluccia, tesoro, vieni a letto?

E spegneva la luce in corridoio.