La valle delle donne lupo-Laura Pariani

Di questo romanzo si viene colpiti. Per ognuno il colpo è certo diverso ma non meno efficace. Perché quel colpo, a cui forse diamo una connotazione negativa, altro non è che l’ululato di una lupa che con le parole ci porta in un luogo quasi fuori dal tempo. La Fenisia. Protagonista e narratrice. Un connubio subito interessante per una narrazione che si svolge dal 1928 al 2007 nelle valli dell’alto Piemonte.

Il senso della morte, i segreti e la memoria contraddistinguono questo romanzo. Ogni pagina è un lasciar traccia di qualcosa che si è dissolto come la neve agli angoli delle strade in primavera

“La montagna, più che un luogo geografico, è un’esperienza: quella di un mondo potente nella sua resistenza a certe pazze vertigini della modernità, ma assolutamente marginale.”

Fenisia scoperchia tutto nelle mani di una ricercatrice che attraverso di lei ricostruisce la vita della montagna del paese piccolo. La montagna non è solo un luogo ma non è neanche una prigione, è “culla e tomba, ti dilapida tutte le forze. Ed è per questo che molti scappano.”

La verità era che vivere nella valle era durissimo. Tanto più se hai la sfortuna di nascere femmina. La condizione della donna viene punita dai genitori, ammonita dal parroco che vede nelle donne una perdita di virtù, di devozione.

Ma non c’è nessuna perdita nel libro, solo donne il cui destino sembra segnato. Therèsia che partorisce solo angeli. Femmine che durano poche ore accomunate solo da un nome, Tilde per tutte. La morte che definisce un perimetro. Ma le forze tendono a implodere, piano.  E chi sono queste forze?

La Fenisia e la Grisa.  La vita della Fenisia cambia quando viene spedita dai nonni lontana dalla valle e allontanata dalla Grisa, una frattura che determinerà una faglia nella sua ricerca di donna della valle.

“Come se la parola Io non le appartenesse più.”

 Ma il loro mondo tenderà a chiuderle insieme. La prima nella solitudine anche dopo sposata, la seconda in una pazzia di cui poi non potrà fare a meno.

“Cifì-nofò.”

“Frafàn-cofò.” 

Sembra una filastrocca ma è solo il loro modo da bambine e da adulte di riconoscersi come fanno i lupi quando si incontrano nella foresta. Si annusano, si riconoscono.

“ Una donna era stata accusata di essere stria. A coloro che la giudicavano lei cercò di spiegare che la sua attività di cercatrice d’erbe non andava per tresche diaboliche., ma percorreva straduzze solitarie in compagnia dei semplici elementi della notte nel bosco: la luna, l’anima del vento, la rugiada, la nebbia che sfiocca tra i sambuchi, i sogni. “

Ed ecco la meraviglia del libro. La trasformazione. Le donne, non tutte,  diventavano lupe e si aggiravano per la valle. Il balengo, il diverso ossia colui che per difendere se stesso si trasformava in qualcosa di quasi mostruoso.

Ma l’essere lupe non passa per i denti o le visioni o le storie. Le donne lupo esistono e si possono sentire per tutta la fine del romanzo. Le donne, la grande forza delle donne che hanno assaggiato il dolore, la privazione, l’essere costrette a rinunciare a essere donne. Ecco le lupe sono ancora in quella valle, non si nascondono. E la storia è forse l’unica impronta che ancora lasciamo non solo tra le valli.

L’inizio di tutte le cose- Ilaria Bernardini

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Nove racconti. Gravidanza e maternità. Nove racconti che entrano nel corpo delle donne che si trasforma. Accoglie una nuova vita, fa spazio a una creatura non solo nel ristretto utero che si allarga ma anche nella loro mente. Madri che si trasformano. E proprio sul gioco della trasformazione, dell’identità spesso psicologica con parti di noi inconsuete che si lanciano questi nove racconti. Una palla da biliardo che fa buca in ristretti o ampi circondari nel nuovo ruolo di genitrice. Una donna in procinto di partorire alle prese con le sue voglie erotiche. Può una donna ad un passo dal parto pensare di tradire? Il corpo così goffo può ancora provare qualcosa sotto la coltre di ormoni impazziti e la pancera?

E’ universo sconosciuto a cui non avevamo mai pensato. Ilaria Bernardini ce lo presenta senza falsi pudori, né moralismi. Succede, accade qualcosa che rientra nelle trasformazioni più interne. La magia di diventare madri si scontra anche con l’essere donna. E il titolo L’inizio di tutte le cose diventa reale. Le donne quasi madri a un passo dal parto sono normali. La magia che sembra dipingersi in uno stato di grazia ovale, è anche qualcosa che le trasporta in una realtà alle volte fuori dalle convenzioni.

E’ sicuramente un ritratto inconsueto della maternità che si lascia guardare e studiare. La nevrosi di una madre, l’allattare il senso di maternità perché non si riesce a staccarsi dal donare il proprio latte, il pensare che un figlio non ci sia più ed avere l’angoscia di non trovarlo nell’appuntamento con l’ecografo. Mondi di donne che si capovolgono, ma non per questo risulta pessimista. Al contrario, ci si sente finalmente normali. Quasi comprese.

L’inizio di tutte le cose è un principio da cui partire. L’idea da cui parte tutto o a cui torna tutto. E il libro si dispiega nella mente della madri che a volte fuggono. Si allontanano per riprendere fiato, quando il ruolo di mamma è una tasca cucita troppo a fondo nella stoffa. L’inizio di tutte le cose, non è solo un libro per madri. Parte dalle donne. L’inizio da cui le cose cominciano.

Due chiacchiere con Erika e Deborah

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Oggi ho il piacere di presentarvi Erika Burolo e Deborah Percossi. Due donne che hanno creato “Cromosoma XX”. La loro personale mostra che racconta, attraverso immagini ed esposizioni artistiche, la donna e le sue diverse sfaccettature.

Samantha: Come vi definireste?

Erika e Deborah: Due donne che hanno saputo reinventarsi.

Samantha: Com’è nata questa idea?

Deborah: È nato tutto per caso. Io ed Erika eravamo a una festa di bambini. Parlavamo di come il nostro essere mamme sia solo una parte del quadro. Prima di tutto siamo Donne. Abbiamo passioni, soffriamo, amiamo con una forza che a volte sposta le montagne.

Erika: Sì, è nata proprio per caso. Ci siamo messe a parlare dei suoi lavori in corso (principalmente ceramica) e delle mie foto. Ed è scattata la molla. Ci siamo dette Perché non allestiamo una mostra!

Samantha: Una mostra è po’ uno spaccato della vita di un autore che mette in primo piano un messaggio.

Deborah ed Erika: La nostra intenzione era quella di mostrare l’universo donna. Di mettere in evidenza le nostre battaglie come Donne nella vita quotidiana.

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Samantha: Ne affrontiamo tante, è vero.

Erika: Esatto. Siamo mogli, compagne, madri, vedove, casalinghe, orfane. Pensiamo a tutte quelle donne che portano avanti una relazione complicata. A quelle che combattono un cancro. A quelle donne che ingoiano bocconi amari per la serenità dei propri figli perché in quel momento non hanno altre alternative. E alle madri rimaste a braccia vuote.

Samantha: Le mamme speciali. Donne capaci di rialzarsi dopo la perdita del proprio figlio, capaci di affrontare la salita. Donne che si ritrovano più forti. Capaci di camminare di nuovo.

Erika: Sì. Donne che rinascono piano piano. Il mio lutto mi ha segnato, ma ho riaperto gli occhi alla vita grazie alla fotografia. Ho cominciato un po’ per caso, poi è diventata una specie di “droga”. Mi diverte, mi rilassa, mi incuriosisce sempre più. Appena ho un momento libero prendo la mia reflex e mi immergo nella quotidianità di ognuno.

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Samantha: Chi è Erika donna e chi è Erika fotografa?

Erika: Sono una persona semplice e molto selettiva. Sento spesso il bisogno di “isolarmi”, di rimanere in compagnia della mia macchina fotografica per staccare dal caos quotidiano. Mi catturano gli sguardi e i gesti delle persone. Fisso un dettaglio e lo inseguo. Erika fotografa è la stessa di Erika donna, istintiva e sognatrice. Libera e senza troppi freni mentali. Ascolto, osservo. Non conosco la mezza misura. IN or OUT. Unica differenza abissale Erika donna è disordinata, frettolosa mentre Erika fotografa rallenta il suo ritmo e per assurdo diventa di una precisione maniacale.

Samantha: Deborah artista invece com’è nata?

Deborah: È nata dopo aver frequentato l’istituto d’arte E. U. Nordio e conseguito il diploma di maestra d’arte. Per un periodo ho accantonato questa passione per dedicarmi al mio mestiere di estetista, ma l’arte è parte di me e ho ripreso in mano matita e pennelli.

Samantha: Come vivi la fotografia Erika?

Erika: È un gioco ma allo stesso tempo ho voglia di perfezionare la tecnica.

Samantha: Preferisci il bianco e nero o i colori?

Erika: Adoro il bianco e nero. Più immediato e più intenso. Prendi un bosco in un giorno di nebbia. In bianco e nero diventa un paesaggio evocativo, suggestivo. Quasi surreale.

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Samantha: Come sei riuscita Deborah a trovare quel nesso tra il dentro e il fuori da esternare nelle tue opere?

Deborah: Un giorno ho conosciuto l’arte della ceramica ed è stato subito amore. E da quel momento in poi ho cominciato a lavorare i pezzi d’argilla. Esprimevano il mio essere donna e la mia profonda ricerca d libertà. La mia prima mostra è stata “Argilla” presso la sala espositiva nel comune di Muggia nel 2013.

Samantha: E la Deborah donna?

Deborah: La donna che è in me non si sente realizzata anzi sono alla continua ricerca di un posto che mi faccia star bene, che sia dentro un abbraccio o la cima di una montagna, vorrei un posto che mi dia la serenità che finora non ho ancora trovato.

Samantha: Se fossi una foto quale ti rappresenterebbe Erika?

Erika: Se fossi uno scatto sarei sicuramente una donna che passeggia in riva al mare in una giornata grigia e ventosa. Quando sono vicina al mare la mia mente si libera da qualsiasi preoccupazione.

Samantha: Come mai avete scelto questo titolo Cromosoma XX?

Deborah: Cercavamo qualcosa di originale e incisivo… anzi qualcosa che confondesse ma incuriosisse allo tempo stesso.

Samantha: In questa mostra vi siete messe in gioco scoprendo parti di voi stesse non solo come donne. Erika se dovessi dire chi è Deborah come la presenteresti?

Erika: Deborah riesce ad esternare completamente se stessa e a trasmettere emozioni forti e contrastanti. Qualcuno ne è rimasto talmente colpito al punto di definirla una sorta di pranoterapeuta. Deborah però è anche una sperimentatrice. Seguendo il Green Style, lancia un chiaro messaggio di rispetto verso l’ambiente. Tutte le sue opere esposte sono state dipinte su tele composte da pagine di vecchi libri, le cui parole fanno da sfondo all’opera stessa.

Samantha: E tu Deborah se dovessi presentare Erika?

Deborah: Sa raccontare una storia in una foto. Due anni fa un evento terribile ha colpito la sua vita. È una ferita che ha lasciato una cicatrice spessa. La reflex le ha dato la possibilità di lasciarsi andare. Di trovare nel tempo di uno scatto un briciolo di serenità e pace.

Samantha: Quale opere avete scelto per la mostra?

Deborah ed Erika: Per la mostra abbiamo scelto opere che meglio descrivevano l’evoluzione di una donna passando per la gioia, la sofferenza, il coraggio, la voglia di rialzarsi. La figura della donna è centrale. Dalla bambina passando per l’adolescente non sempre spensierata alla vecchietta sola. L’amore oltre i 90 anni, ha avuto uno spazio importante. È qualcosa che intenerisce e allo stesso tempo ci fa pensare al lieto fine.

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Deborah: Ad Erika piace molto fotografare le persone anziane.

Erika: Trovo che abbiamo qualcosa di magnetico.

Samantha: Avete uno sponsor?

Deborah ed Erika: La casa di riposo, ma non a livello finanziario. Abbiamo realizzato tutto da sole. Siamo agli inizi quindi diciamo che va bene così…

Samantha: Come mai avete scelto questa data del 27 Novembre?

Deborah ed Erika: Perché eravamo vicino al 25 Novembre, giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

Samantha: Qual è il vostro sogno per cui sareste disposte a tutto?

Erika: La fotografia per me è stato più di un regalo, una sorta di medicina alternativa. Nel mio piccolo mi sento realizzata, ho una famiglia che amo e che mi sostiene in questa mia “avventura artistica”.  Senza di loro tutto questo non sarebbe possibile, sono la mia linfa. Sono un sogno ad occhi aperti.

Samantha: Per te Deborah?

Deborah: Sogno di sentirmi libera di esprimermi e di amare, ma forse non avrò mai il coraggio di farlo perché comporterebbe troppi cambiamenti. Per ora trovare un lavoro che mi permetta di guadagnare per far crescere sereni i miei due bambini è già un sogno impegnativo. Come ben è noto l’arte è emozioni, sensazioni, bellezza. È un dare e un avere costante con il pubblico. È gratificante ma si sa l’argilla ancora non si mangia.

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Samantha: Una frase, un’artista e un libro.

Erika: “Nun c’è niente de più bello de na persona in rinascita. Quanno s’ariarza dopo na caduta, dopo na tempesta e ritorna più forte e bella de prima. Con qualche cicatrice in più ner core sotto la pelle, ma co la voglia de stravorge er monno, anche solo co un sorriso.” Anna Magnani. Un’artista Vivian Maier bambinaia e fotografa di strada vissuta negli Stati Uniti e che ha immortalato la gente di New York, Chicago e Los Angeles negli anni dal ’50 al’70. Un libro “L’ultima riga delle favole” di Massimo Gramellini.

Deborah: “Lei non era bellissima ma era come arte. E l’arte non deve essere bellissima, deve farti provare qualcosa.” Un’artista sicuramente Klimt. Un libro Il piccolo principe anche se 150 sfumature di grigio mi hanno rimesso in vita (è una battuta, ma mi è uscita cosi).

 

Questo che ci hanno lasciato oggi Erika e Deborah è un messaggio di rinascita. Donne catturate nella loro quotidianità. Capaci di camminare a piedi scalzi sui propri cocci fiere di essere loro stesse. Vi aspettano fino al 6 Dicembre alla Casa della Musica Via dei Capitelli, 3 Trieste. In bocca al lupo Donne.

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Donne e caffè

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Prendo il caffè tutte le mattine alla solita ora. Stesso bar. Solo le donne con cui mi sveglio al mattino sono diverse. Non sempre. Diciamo spesso. L’ultima aveva gli occhi a mandorla. Facoltà di architettura, gonne a ruota, profumo dolciastro e capelli sempre sciolti.

Ci siamo conosciuti qui al bar. Lei è arrivata di corsa, stava per ordinare qualcosa quando le è arrivato un messaggio. Dalla sua faccia ho intuito che le avevano cancellato una lezione o peggio rimandato un esame. È frequente verso la fine del semestre che i professori, stanchi, cancellino le cosiddette lezioni riassuntive in vista dell’esame. Io lo faccio spesso. No, qualche volta prima della pausa estiva. Accresce l’adrenalina nello studente che si ritrova a studiare, studiare e studiare e io me ne sto qui al bar a vederli che entrano trafelati, con le occhiaie, montagne di carta sotto braccio. Rincorrono fotocopie che come pulci fuori dal barattolo corrono impazzite per i corridoi.

– Posso offrirle un caffè?

– No, grazie.

– Un succo di frutta?

– Veramente…

– Stia tranquilla, è solo un succo di frutta.

– Grazie, molto gentile.

E due parole sono diventate tre. Le solite chiacchiere. Traffico, tempo, parcheggi. E intanto su viale Marconi un vigile incastrava le macchine come se non ci fosse più una strada. Roma è così o una serie di sensi unici oppure un vigile che regola la scatoletta grigia del semaforo. Ed è la fine. Si sentono tutti padroni della strada e quindi il clacson diventa un richiamo per pendolari senza speranza.

– Adesso dovrei andare.

– Lasci offro io.

– Grazie mille.

E ho lasciato scivolare un foglietto con il mio numero di cellulare. Il nostro incontro si è trasformato in una pizza il giorno dopo al Formula uno a San Lorenzo. Siamo stati quarantacinque minuti ad aspettare un tavolo sporco, ma la pizza è eccezionale. La mozzarella di bufala e il basilico insieme sono per me un connubio perfetto.

Al terzo incontro è venuta a casa mia. Da futuro architetto d’interni mi ha rifatto l’appartamento almeno tre volte nel giro di un’ora. Spostava e rispostava nella sua testa mobili, pareti. È stato interessante scoprire che nello spazio dove tenevo una vecchia chitarra, due mensole con delle riviste e qualche vinile, lei ci avrebbe ricavato un bagno cieco con doccia. Lì le mattonelle proprio non le immaginavo, ma la fantasia è bella perché ha le ali e non essendo il suo professore potevano incontrarci tranquillamente anche fuori l’università. Andare a braccetto insieme sotto lo sguardo di tutti.

Mi piaceva quel misto di fiori e vaniglia che portava sempre con sé come un tatuaggio. Si lasciava baciare, spogliare con estrema dolcezza. Mi ricordava una ninfea vista da bambino. E alla parola ninfea mi sono ricordato di quella vecchia leggenda che avevo letto su un libro che mi aveva regalato un viandante a Nuova Delhi. Aveva una copertina rossa, ma dov’era finito quel libro? Ah sì, era nella libreria del salotto accanto alla scatoletta dove riporre gli incensi. Mai utilizzata, per fortuna. Sfogliandolo ho ripercorso un pezzo della mia vita, quando cercavo l’amore e quelle parole erano calzate come un abito elegante poi ben riposto nell’armadio.

Un Raggio di sole, in splendide vesti scintillanti d’oro, era sceso sulla terra e, vedendo una bellissima ninfa, se ne era innamorato a prima vista.

Anche lei cadde follemente innamorata, ma il suo modesto abito la faceva sentire a disagio. Si tuffò quindi in un lago sul cui fondo sapeva esserci un tesoro preziosissimo, con cui potersi abbigliare e render omaggio al suo amato.

Raccolse tutto l’oro che poté, ma al momento di tornare in superficie era troppo pesante e non riuscì a risalire. Fu sommersa dalla melma e di lei rimasero in superficie le sole mani aperte e ricolme d’oro e d’amore che diventarono i fiori di Ninfea. Perché l’amore vero non ha mai fine.

La pagina sembrava essere passata in più mani prima di arrivare nelle mie. Richiusi il libro. L’India con le sue magie poteva rimanere nel suo mondo dorato. Lei mi ricordava quella ninfea vista da bambino e basta.

Una sera è uscita dal bagno con il mio accappatoio. I capelli raccolti dentro un mollettone. Lo sguardo di chi si sente a casa. Mi sono fermato e l’ho guardata. Era bella. Semplice. Forse avrei potuto pensare a qualcosa di stabile. Forse, ma sul secondo forse ho lasciato al destino la risposta.

– Lo vuoi un caffè?

È stata una domanda spontanea e quando offro un caffè a una donna a casa mia, significa che do importanza alla mia relazione. Il caffè e la mia donna sono inseparabili.

– Se c’è un ginseng.

E la ninfea è sfiorita quasi all’istante.

– Purtroppo no.

Ho ricambiato il sorriso e ho preparato la moka da tre versando una sola tazzina. In piedi vicino al lavandino ho aspettato che si vestisse e poi siamo usciti. Avevo un sorriso forzato, Roma sembrava più afosa del solito. I taxi ammassati a Piazza Venezia. Avevo ancora da preparare i testi per gli esami. Insomma il ginseng mi si era incollato addosso come il braccio di Marilù. Lei invece era sempre carina, sorrideva con gli occhi che formavano quella ruga del piacere sulla fronte, ma qualcosa si era spezzato.

I nostri incontri si sono diradati. Mi ero raffreddato come un caffè lasciato troppo tempo sulla scrivania. Il caffè è buono caldo o molto freddo. La via di mezzo si butta. Non fa per me. Non ho risposto a un paio di messaggi, lei poi non ha risposto a un buongiorno ed è finita. L’ho incontrata qualche volta al bar, ma era sempre di corsa.

Sai la tesi, gli esami, relazioni, professori. Questa è stata la risposta più lunga che ho avuto.

Lo so, sono un professore anche io. So esattamente come funziona l’università.

La verità è che ogni volta che una storia finisce ripenso a lei. Elena. Al nostro incontro da Sergio. Era pieno di gente eppure in quel momento mi sembrava che ci fosse solo lei. Un espresso, grazie. Lo abbiamo detto insieme e insieme lo abbiamo bevuto scambiandoci un paio di sguardi tra la tazzina che veniva inclinata e il rumore del cucchiaino che veniva spostato.

Mi piaceva quando pronunciava la parola espresso. Lasciava scivolare la lingua sulla esse, rendendo il caffè un gioco erotico. Era capitata per caso da Sergio, c’era traffico, aveva lasciato la sua auto sulle strisce in doppia fila con le quattro frecce. Io ero lì come ogni mattina. Me ne stavo appollaiato sullo sgabello, scostando le briciole degli altri. È stata complicità dall’inizio.

Sfruttavamo ogni momento libero. Lei era sposata, ma non era una moglie annoiata. Non era in cerca di amanti con cui sentirsi realizzata. Le piaceva fare sesso con uomini diversi e non mi sono mai sentito geloso di questo. Teneva due cellulari. Io ero Barbara ufficio. Ci vedevamo sempre a casa mia, era diventata la trincea come se dovessimo combattere una guerra. Era sesso, il miglior sesso perché senza aspettative, senza i ti amo che prima o poi compaiono in ogni relazione. Intenso e persistente proprio come un espresso.

Io le aprivo la porta e lei entrava con il suo tailleur stretto.

– Sbrigate tutte le pratiche Barbara?

Io non le lasciavo a volte il tempo di finire la frase. Le alzavo la gonna. Diventavo cieco e sentivo solo le sue mani. Lei era capace di eccitarmi, di tenermi sospeso in quel limbo di piacere che non mi permetteva di saziarmi. La volevo esattamente così. Sempre. E lei era così tutte le volte che varcava quella soglia. Mi infilava la lingua fino a stanarmi, annullava qualsiasi distanza o barriera, dimenticavo che era sposata, che poi sarebbe uscita. C’era il suo corpo, qualcosa a cui non sapevo resistere. La sua pelle era una sensazione, era il sesto senso che prolungava l’attesa di averla. Lei sapeva giocare, usava il suo corpo come una bottiglia prima di essere riempita da un buon vino. La allontanavo per poi riprenderla. Non avevamo limiti, eravamo noi. Io ero me stesso fino in fondo. Se mi avesse pugnalato sarei morto felice, ma per fortuna non è successo.

Non ci abbracciavamo dopo il sesso. Ognuno rimaneva nel suo spazio.

– Vuoi un caffè?

Guardava l’orologio e a volte le tazzine era due nel lavandino dopo che aveva chiuso la porta. Dopo due anni e un infinito numero di espressi è scomparsa. Di solito ero io quello che scompariva nelle relazioni o lasciava morire le cose. Il fatto che l’avesse fatto lei mi aveva lasciato di stucco. Non sapevo dove lavorasse, che cognome avesse, avevo solo un numero di cellulare che però non squillava più.

Ho aspettato qualche mese prima di riprendere a bere il caffè al bar. Quel posto mi ricordava lei e la sua esse erotica. Certo avevo avuto una breve pausa con Tania che era appena arrivata da Pavia dopo due anni in America, logorroica come il suo caffè lungo. Era una brodaglia in tazza che sorseggiava a tutte le ore. Luigia, poi l’assistente, con lei solo sveltine in pausa pranzo. Era un ristretto corto, troppo corto. Aveva paura di tutto e si lavava le mani troppe volte in un’ora.

 

– Quanto tempo professò. Pensavo l’avessero sequestrata, sa, con tutto quello che si sente.

– Sergio tranquillo, che mi racconti?

– La solita vita. Le tasse, ’a moglie, ’na socera. Ce sarebbe da buttasse a Tevere con ’na pietra ar collo.

– Dai non esagerare. Tua moglie fa delle lasagne ottime.

– Eh solo quelle. Per il resto è ’na rompicoglioni come su madre.

– Sergio tu dovevi fare l’attore.

– Magari professò… magari.

E proprio mentre mi ero seduto è entrata una donna piuttosto maldestra, con la sua divisa appoggiata al braccio. Odorava di detergente alla lavanda. Si è avvicinata al bancone e ha guardato i cornetti.

– C’è quello integrale?

– No, bella, finiti. Qui le studentesse solo integrali. È rimasto semplice o con la crema.

– No, grazie.

E ha sbattuto con il gomito le tazze lasciate sul tavolino accanto, facendo cadere tutto.

– Mi scusi, pulisco subito.

– Tranquilla, tranquilla ce penso io.

Mi sono alzato per aiutare Sergio. Lei si è fermata a parlare come se davanti a sé avesse un padre confessore. Seduta in ginocchio a raccogliere cocci, raccontava della sua vita come se non avesse mai fatto altro. Io e Sergio ci siamo guardati. Quella donna non stava bene o aveva bisogno di sfogarsi.

– Grazie io mi chiamo Margherita.

– Sa che significa perla?

– Non lo sapevo, io mi sono sempre chiamata Margherita.

L’ho notata per diversi giorni. Si fermava e rimaneva seduta anche dopo che Sergio le prendeva la tazzina da sotto il naso. Beveva un bicchiere d’acqua e guardava il traffico fuori dalla vetrina. I suoi occhi erano cerchiati. Le sue occhiaie erano evidenti. I capelli unti e sporchi. Da vicino sembrava più vecchia, ma aveva ancora quella dignità che contraddistingue chi ha sofferto o chi sta ancora combattendo per riemergere.

Margherita sapeva vomitare la sua vita come io non avrei mai saputo fare di fronte a un estraneo. Le venivano gli occhi lucidi, piangeva, ma alla fine si alzava e andava via. Salutava tutti con un sorriso. Questo mi aveva colpito. Certo non era bella, non era giovane, ma allo stesso tempo aveva fascino.

Ci siamo visti qualche volta. Una pizza servita tra kebab. Un locale squallido e sporco dove si poteva fumare vicino alla porta d’entrata. E poi un gelato in un bar di periferia. Abitava a Ostia, Nuova Ostia. Lì dove è morto Pasolini. Mi ci ha portato una sera.

– Qui una volta erano campi lasciati all’abbandono. Laggiù c’è Tor San Michele. Si veniva qui quando se voleva sta’ un po’ in pace.

Sospirò come a ricordarsi di una giovinezza colta troppo presto.

– Non mi piaceva studiare. Mia madre diceva sempre che scaldavo il banco. Lei non mi poteva aiutare, faceva le pulizie tutto il giorno per mantenere me e mio fratello. In fondo io che altro potevo fare?

E ha alzato le spalle mentre si accendeva una sigaretta sottile. Mi faceva tenerezza in alcune occasioni. Era ingenua e questo la rendeva anche vulnerabile. Avrei voluto farla assumere da Sergio come cameriera, si vedeva che faticava molto ad alzarsi così presto, ma sono rimasti solo pensieri. Beveva un decaffeinato al mattino presto e uno alle dieci. Un decaffeinato a qualsiasi ora è come bere una tazzina vuota.

Non l’ho mai invitata a casa mia. Non riuscivo ancora a “pensare” a una nuova relazione, non dopo Elena. Qualsiasi donna sarebbe stata una donna di passaggio tranne Tania e Luigia. Loro due sono state solo buche su un asfalto già rovinato.

E poi non riuscivo a relazionarmi con una donna che sceglieva un vestito bianco per poi arrivare alla cassa e volere quello nero. Tornava indietro e alla fine prendeva una maglietta grigia per la nipote. Non era capace di scegliere, di farsi scegliere. Si lasciava attraversare e poi buttare. Non ho mai approfittato del suo facile sentimentalismo. Non sapevo bene però perché uscivo con lei. Era un periodo che i miei studenti avrebbero sicuramente definito “strano”.

 

Una mattina non l’ho più vista all’università, faceva le pulizie al secondo e terzo piano del secondo padiglione. Non mi ha più cercato e da Sergio non l’ho più incontrata. E come dice il mio amico Zanardi “La vita è come il caffè: puoi metterci tutto lo zucchero che vuoi, ma se lo vuoi far diventare dolce devi girare il cucchiaino. A stare fermi non succede niente.” E io ero ancora fermo sul corpo di Elena e sul nostro espresso.

 

– Professò oggi niente lezione?

– No, Sergio. Oggi ho i miei validi aiutanti.

– Bella la vita così.

– Una passeggiata di salute a quest’ora.

– Pe’ due machine professò…

– Proprio due.

– Allora che fa oggi? Mi aiuta a servì i caffè alle pupe?

E mi ha fatto l’occhiolino.

– Io prendo un caffè macchiato. Grazie.

– Agli ordini signorina. Adesso ho anche un valido aiutante.

– Dai non scherzare Sergio. E se non sono indiscreto signorina lei è una studentessa o una professoressa?

– Scrittrice.

– E se non sono doppiamente indiscreto cosa scrive?

– Romanzi.

– Macchiato caldo o freddo?

– Caldo, grazie.

– Ecco un core di latte dal “mejo” barista de Roma. E per lei professò il solito?

– Macchiato caldo anche per me.

Qual è lo spazio di un sogno?

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Parliamo sempre di sogni. Di desideri. Gli diamo forma, li facciamo vivere con noi, ma qual è lo spazio di un sogno?

Ed ecco che le donne di Letteratura al femminile che si svelano

  • Giovanna Avignoni  Lo spazio di un sogno può essere intimo e non condivisibile con nessuno, ma può essere anche un sogno comune tra le genti, un sogno di libertà, equità e giustizia. “I have a dream” affermava un grande sognatore che ha fatto del suo sogno la sua ragione di vita.
  • Maria Saccà adesso.
  •  Domizia Moramarco Lo spazio di un sogno è infinito. E’ dolce sapere che qualcosa ci aspetta e più la agogniamo, più si allontana e noi fra mille difficoltà la inseguiamo per non perdere mai la speranza. Lo spazio di un sogno è irraggiungibile, impalpabile, ma esiste, perché quel sogno siamo noi, che un giorno troveremo noi stessi.
  •  Mellina Barilla lo spazio di un sogno è quello di un cassetto, che si apre quando hai deciso che lo stesso deve diventare realtà.
  •  Emma Fenu Il sogno non ha spazio, ci sovrasta come cielo infinito, ma basta sollevarsi sulle punte dei piedi per afferrarne un manciata.
  •  Tiziana Cattaneo Lo spazio di un sogno è vasto quanto la disponibilità che gli concediamo dentro di noi.
  •  Silvia Lorusso Lo spazio di un sogno è come quello della speranza: un mare infinito di possibilità.
  • Ornella Nalon Lo spazio di un sogno è circoscritto tra il limite della fantasia e quello dell’impossibile.sogni