Elena forse con l’acca

Quando entrava da quella porta gli occhi sapevano già quale strada gli appartenesse. Finivano sempre tra il bancone e gli sgabelli rossi alti. Laggiù dove la gente si confondeva con altra gente. Lì c’era un minuscolo spazio dove si affacciava la pelle malconcia di un sedile. Il suo preferito. Aveva un graffio. Un solco nella pelle che gli ricordava il merletto di sua nonna quando ci infilava le dita. Ci si puliva le mani di nascosto. Quando nessuno lo vedeva, sgattaiolava nella stanza da letto e frugava nell’armadio. Tirava fuori dalle buste i pizzi conservati e ci si puliva le mani unte. Nonna Belenia non diceva mai niente, si diceva che non ci vedesse più bene da tempo.

-Il solito?

-Sì.

-Ieri avevi detto che non saresti più venuto.

-Ho trovato un piccolo prestito.

-Ma perché non ti cerchi un lavoro?

-Ce l’avevo il lavoro prima che quei…

-Dicono tutti così.

-E chi lo darebbe a uno ridotto così, ora?

-Senti ci sono tante associazioni, puoi rivolgerti a loro e sperare in qualcosa. Sai…

-Non mi interessa anche mia nonna parlava sempre di speranza e misericordia divina. E’ morta sola.

-Perché vieni qui?

-E tu?

-Io ci lavoro.

Era morta da quasi trent’anni e ancora la ricordava come una roccia che continuava a dar ordini ai quattro muri che le facevano compagnia e a mettere su stampelle con vestiti e bordure. Niente l’avrebbe uccisa, né l’alcol che ogni tanto compariva da sotto la gonna, né la sigaretta fumata dopo la messa della domenica. Eppure anche il Dio in cui credeva aveva avuto misericordia e ormai quasi cieca, se l’era portata su in cielo. Si era addormentata una sera in poltrona e non si era più svegliata. L’ago infilato nel tessuto, la doppia lente, il vestito a fiori piccoli e scuri addosso. Un respiro e poi fine. Se ne era andata silenziosamente facendo quello che sapeva fare meglio. Cucire, mettere insieme stoffe diverse, farle diventare qualcos’altro.

-C’è stasera?

-C’è sempre lei.

-Perché lavora qui?

-Perché lo vuoi sapere?

-Mi piace.

-Non fa per te. Lascia perdere amico.

-Ma tu cosa ne sai di cosa mi serve, un altro, sbrigati.

-Prima i soldi.

-Sì, eccoli, ‘sti dannati soldi… tutti a chiedere soldi. Tutti.

-Amico stai calmo, o ti faccio sbattere fuori.

Il nonno aveva una trebbiatrice, a fine estate si metteva nei campi e tiravi via tutto il biondo che c’era, Nella fiaschetta aveva sempre qualcosa di forte, anche d’agosto, sotto il sole quando non si respirava, lui il suo goccio se lo beveva alla faccia della mala sorte. Poi un giorno con la sua trebbiatrice se ne era andato, senza lasciare traccia. Dicevano che era uno svitato, che non ci stava con la testa. Aggrediva chi si intrufolava nella sua campagna, spaventava le coppiette. Un giorno però si era dissolto nel nulla, nonna lo sapeva dove era finito ma non ne parlò mai. Un Gran Canyon di segreti le avevano attraversato la mente scavando in fondo fino a toglierle la parola. Le era rimasto solo il suo lavoro e una misera pensione.

-Senti la vuoi sapere una cosa?

-Se proprio ci tieni.

-Io so dove abita.

-Chi?

-Lei.

-Amico non metterti nei guai, non so più come dirtelo.

-Io voglio solo toccarla una volta, vorrei che lei si avvicinasse a me e non come fa con tutti i clienti, vorrei essere solo suo. Una carezza.

-Senti, io non dovrei dirtelo ma…

-Dammene un altro e stai zitto. Lo vedi, le luci si sono abbassate e ora comincia la sua danza.

-Tu, amico, rischi di brutto e sei quasi ubriaco prima dello spettacolo.

-Vorrei sognare. Dammene un altro.

-L’ultimo poi te ne vai.

-Non puoi cacciarmi puoi solo darmi da bere.

-Amico non sfidare la sorte.

Economia o giurisprudenza. Aveva scelto la prima, meno articoli da imparare a memoria, ma con il padre avvocato avrebbe avuto la strada spianata. Università a Milano, studente fuori sede, soldi in tasca, una stanza e libri da studiare. Aveva mentito fino a quando era stato possibile, poi aveva vuotato il sacco. Lui non era tagliato per l’università, voleva vivere la vita come si affacciava al mattino. Non era mai stato uno deciso, rimandava ogni tipo di risposta. Viveva nel limbo, erano gli altri a decidere di allontanarsi da lui e per questo si sentiva rifiutato. Aveva fatto il liceo solo perché lo volevano i suoi genitori. Perché sprecare tanto tempo davanti ai libri di scuola? Era meglio fumare in riva al mare d’inverno oppure sballarsi la sera. Eppure nel fondo del bicchiere, accanto all’ultima goccia di rum, si chiedeva se quello che aveva pensato tanti anni prima non fosse solo una scusa per non affrontare la vita. Voleva viverla, ma poi la guardava scorrere. E ora? E se il barista avesse avuto ragione. Lei non si sarebbe mai avvicinata a un fallito.

-E’ bellissima.

La chiamava Elena. Forse si scriveva con la acca, quei lunghi capelli biondi la faceva appartenere a un impero lontano, ma non gli interessava come si chiamasse. Gli occhi, guardava quegli occhi seducenti e penetranti che gli entravano come carezze appuntite sotto la camicia. Voleva saperli suoi. Solo suoi.

-Un altro.

Per lui era una vergine che non poteva essere violata, lui poteva solo guardarla. Gli altri potevano farle qualsiasi cosa, lui no. La credeva simile a lui. Un rifiuto appallottolato e rimesso in circolazione solo per far piacere ad altri. Per sottolineare l’incapacità di riuscire. Quello che faceva la differenza era la luce che avvolgeva tutto il locale quando lei entrava. Lo spettacolo, il palo, i vestiti che scendevano lentamente dal corpo come peccati lavati, il seno morbido che strusciava il palo, la lingua che si arrotolava nei pensieri di tutti. Lo sguardo che elemosinava mani e mentre attizzava ogni piacere le sue dita si infilavano in mezzo al graffio nel sedile rosso. La pelle ogni sera si divaricava di più. C’era una specie di ovatta che spingeva le dita sempre più in profondità. L’avrebbero sostituito prima o poi ma finché rimaneva lì, sempre al solito posto, lui era al sicuro. Al riparo dal mondo, da quella vita che rimaneva fuori dal locale, fredda e silenziosa come sua nonna.

-Lo spettacolo è quasi finito peccato.

-E’ così tutte le sere.

-Dovreste allungarlo di una mezz’ora.

-Dillo al capo.

-Di che colore ha gli occhi?

-Celesti, credo.

-I miei sono marroni, starebbero bene insieme.

-Amico, non farti strane idee, quella sta con il capo.

-Io voglio solo uno sguardo.

Quando le luci si accendevano il graffio quasi scompariva. Il bancone imbrattato di mani e sporco di gocce e briciole tornava subito pulito. Il barista in camicia bianca e papillion nero aveva sempre lo stesso atteggiamento. Distillava speranze e frantumava illusioni, come fossero ghiaccio. Le bottiglie di rum semi vuote venivano sostituite presto da quelle piene. Tutto doveva sembrare sempre allo stesso punto. Non si doveva mai avere la sensazione che la notte finisse.  Ma dietro quelle finestre coperte di scuro, dietro le tende dove le ballerine nude si nascondevano, lui usciva nell’umidità del mattino tenendo la giacca stretta sulle spalle. Seguiva la ragazza fino alla macchina dove entrava a passi veloci su tacchi vertiginosi. La bocca lucida di rossetto. Le mani ancorati alla borsetta. La guardava fuggire via. Gettarsi in un altro cassonetto fino alla notte successiva. Dove avrebbe trovato altri soldi? Li avrebbe rubati. Quel Dio a cui la nonna si ancorava perché il nonno non tornasse più non poteva biasimarlo, era stato lui a metterlo in quella situazione. Lui sapeva perché il nonno era dovuto sparire insieme alla trebbiatrice e a quei pomeriggi tra l’erba a raccontare storie. Lui sapeva e nessun altro. Ma non c’era tempo per ricordare. I ricordi andavano bevuti e riposti ogni notte con la stessa cura con cui si affacciavano quando tornavano. Non serviva a nessuno sapere la verità eppure l’ultima cosa che sperava era proprio che la verità venisse fuori. La macchina sgommava e all’angolo la guardava scomparire tra le strade di periferia mentre il neon lampeggiava. Ci sarebbero stati altri spettacoli, altre donne. Altre vite da bere.

Ancora una volta sei fuggita, ma domani tornerò e i tuoi occhi verranno con me, Elena. Non fuggirai per sempre.

Barbone

 

 

Un uomo su una panchina di legno scuro. La sigaretta in bocca. Un uomo scalzo con il suo sguardo nudo verso qualcosa di indefinito. Appariva solo a lui. Così mi sono fermata. Avrei dato quello che avevo in borsa per barattare un suo momento con il vuoto che sentivo negli ultimi tempi.

L’uomo mi ha guardato, attento a non sporcarsi con la cacca dei piccioni e mi ha sorriso. Sì, sorriso come fosse il gesto più naturale che si potesse fare in quel momento. Era solo nostro. Non c’era nessuno accanto, nessuno davanti o dietro. Noi, la panchina di legno, la sigaretta e la cacca del piccione bianca e nera. Mi ha imbarazzato quell’angolo della bocca che disegnava qualcosa.

Ho pensato che non fosse un sorriso vero, ma un ghigno, una smorfia. Non ho chiesto, non amo fare domande. In verità non amo che mi facciano domande, non ho mai le risposte che piacciono agli altri. Ho delle mezze bugie. Qualcosa che si avvicina alla verità ma che si tiene alla larga da essere una confessione.

-Sai perché voi comuni mortali siete infelici?

E aveva colto nel segno. Attimi di fumo volante nell’aria. Ero infelice. Si vedeva così tanto? Eppure non mettevo mai niente di nero. Avevo sempre orecchini, scarpe con il tacco, andavo dal parrucchiere ogni settimana. Cosa faceva apparire me una donna infelice? Ho risposto di no con la testa.

Si è perso di nuovo nel suo orizzonte. Eppure non c’era niente in quella direzione. Un palo della luce, un muro rovinato, due cartelloni stracciati di chissà quale mostra ormai dimenticata. Niente. Eppure i suoi occhi cadevano sempre verso quella direzione. Aspettava qualcuno in questa città eterna che rincorre il tempo? Oppure era alla ricerca di un’altra rivelazione?

-Voi mortali ve la costruite l’infelicità. Io non ci penso. Felice o infelice sono sempre un re scalzo con la mia sigaretta.

Un re? Ma per un impercettibile attimo, mi sono sentita anche io una regina, forse per le scarpe rosse che avevo messo. Per il maglione che aveva le maniche ampie. Per quel senso di tranquilla impotenza verso gli avvenimenti che quell’uomo mi dava. Se ne stava scalzo, sporco, ubriaco su una panchina lercia. Eppure il suo mondo era non avvicinarsi alle cacche di piccione, come se si potesse evitare di precipitare ancora di più nello schifo. Nell’infelicità. Per cui l’ho guardato ancora più attentamente, cercando segni nobili. Aveva le rughe, era vecchio. In fila tre bottiglie ordinate per altezza vuote. Non era un re. Era solo un pover’uomo. Un barbone.

Non ho capito il senso di questo incontro mentre il viale si affollava. Eppure quell’uomo parlava proprio a me. Non c’era nessuno altro a cui si rivolgeva e io stavo lì a guardarlo, ad aspettare che dicesse qualcos’altro per capirmi. Ero folle anche io.

-Credevo che la felicità fosse conquistare la vetta, ma un momento prima di arrivare in cima, la montagna è crollata.

L’ho detto a un riflesso senza specchio di una donna che ormai aveva cinquant’anni. Lui fumava ormai un mozzicone tra le dita.

-Sabbia.

Ha risposto.

-La felicità non esiste. Si guardi.

Ho scosso ancora di più la testa, era come se mi fosse finito un sassolino tra i capelli e pesava. Mi stavo rimproverando per aver creduto, che un barbone potesse dirmi qualcosa, che in tutto quel tempo mi era sfuggito. Ha continuato a fumare, si è tirato su la coperta di cartone che era adagiata per terra, nascosta da altra immondizia e ha chiuso gli occhi.

-Voi mortali siete troppo infelici.

Forse il suo segreto era nella sigaretta scalza di pensieri. E me ne sono andata. In fondo non era certo una regina.

 

Lo straniero – Albert Camus

A prima lettura si potrebbe quasi pensare che non sia una narrazione, che gli stranieri siamo noi. Una grande, enorme didascalia. Eventi, emozioni, il funerale della madre come elenchi puntati. Una serie di azioni tra il protagonista e il mondo che gira intorno semplicemente come serie di eventi che si susseguono. Tutto è quasi fastidioso o insignificante. Il romanzo è scritto in prima persona ma non è una confessione né un’autobiografia. Meursault, il protagonista, non tenta mai di descrivere le proprie sensazioni né di spiegare le proprie azioni (soprattutto l’omicidio).

“Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: ‘Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti’. Questo non dice nulla: è stato forse ieri.”

Ci si rende conto dell’ineluttabilità dell’esistenza dal cane rognoso dell’inquilino che abita nel suo palazzo quando questo scompare e il padrone perde il senso o il senno. Odiava il cane ma era tutto quello che aveva. Ma nel libro non si affonda mai il coltello nell’introspezione che si scoperchia poco alla volta come un mondo appena sotto la superficie. E’ forse il guizzo di una donna che colorirà un universo a prima vista monotono.

“La sera Maria è venuta a prendermi e mi ha domandato se volevo sposarla. Le ho detto che la cosa mi era indifferente, e che avremmo potuto farlo se lei voleva. Allora ha voluto sapere se l’amavo. Le ho risposto, come avevo già fatto un’altra volta, che ciò non voleva dir nulla, ma che ero certo di non amarla. ‘Perché sposarmi, allora?’ mi ha detto. Le ho spiegato che questo non aveva nessuna importanza e che se lei ci teneva potevamo sposarci”.

Meursault forse non prova sentimenti? Sensazioni, ma mai emozioni che trascinano. Uccide un uomo, ma dirà poi ai giurati schierati per il suo processo che era stata colpa del sole. Un sole che lo aveva accecato. Una metafora della sua esistenza.

“Mi sono scrollato via il sudore e il sole. Ho capito che avevo distrutto l’equilibrio del giorno, lo straordinario silenzio di una spiaggia dove ero stato felice. Allora ho sparato quattro volte su un corpo inerte dove i proiettili si insaccavano senza lasciare traccia. E furono come quattro colpi secchi che battevo sulla porta della sventura”.

Ma gli stranieri non siamo noi è lo stesso Meursault  che non ha pianto al funerale della madre e ora viene processato per aver ucciso un uomo e additato come uomo insensibile. Lui che non provava sentimenti o li celava perché di poco significato, ora è accusato di non aver provato niente neanche dopo la morte di suo madre. E questo lo condannerà. Si i rifugia nel ricordo del mare e della sabbia. Prova un guizzo di rabbia per il prete e per un Dio che non è di nessun conforto a nessuno perché la vita lo ha portato ad estraniarsi anche da se stesso. Meursault  aspetta l’ultimo giorno. Si accorge che la sua vita sta per finire e che la libertà è solo un perdersi dopo la morte per rivivere tutto. E qui arriva l’assurdo. L’attesa della morte come pagina inconfutabile di una vita vissuta che ha i colori dell’alba.

Benjamin Hummitzsch

“Sul corpo delle donne ci siamo amati, crocefissi, specchiati”. (Samantha Terrasi)

“Auf dem Körper der Frauen haben wir uns geliebt, gequält, gespiegelt”. (Samantha Terrasi)

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Ogni uomo ha cercato la strada, la propria via. Il corpo delle donne arma di seduzione per eccellenza. Prigione di sentimenti per alcune. Il corpo come ricerca, rifugio, tenda per il mondo. Corpo come separazione dal cuore. Pelle come milioni di sogni pronti a sbocciare e mani come due eterni viaggiatori sempre in cerca di nuova terra. E poi c’è chi il corpo lo  trasforma. E c’è una specie di spirale tra il dentro e  il fuori. Wahnsinn che in tedesco significa follia. Benjamin Hummitzsch, pittore tedesco, appena diplomato che trasforma, osa, costruisce  sul corpo delle donne una sensazione che non è solo visiva.

Each man tried the way, his own way. Women’s bodies weapon of seduction par excellence. Prison of feelings for some. The body as search, haven (refuge), tent for the world. Body as separation from the heart. Skin like millions of dreams ready to bloom and hands like two eternal travelers always looking for new land. And then there are those the body transforms. And there is a kind of (o “like a spiral”) spiral between the inside and the outside. Wahnsinn in German means insanity. Benjamin Hummitzsch, a german painter, just graduated who transforms, dares, builds on women’s bodies a feeling that is not only visual.

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(Nur der Dritte Sinn- Only the third sense  Benjamin Hummitzsch)

C’è un universo da scoprire, un mondo da esplorare e lui lo fa con il colore, con il corpo, con la sensazione che un corpo trasformato può trasmettere. Vi invito sulla sua pagina, vi meraviglierà cosa può costruire.

There is a universe to discover, a world to explore and he does it with color, with the body, with the feeling that a transformed body can transmit. I invite you on his page, you will be amazed at what he can build.

–Le immagini sono tratte dal sito dell’autore e sono soggette a copyright–