I volti girati

Ci si abitua a dipingere i volti degli altri e non a fare figli. Quelli mi erano preclusi. Non c’era nessuna formula chimica o alchimica che mi permettesse di averli. Il mio corpo li rifiutava. Non ero un nido sicuro. Arrivava il pensiero, ma era subito scalzato da una nuova sconfitta. Una solo riga sul test di gravidanza.  Era tutto a posto, mi continuavano a ripetere medici, assistenti, anche la portinaia, eppure qualcosa dentro al mio corpo diceva no. Una piccola imperfezione? Una trincea che segnava gli anni che rimanevano da passare in solitudine? Non riuscivo a capire.

–Signora è tutto a posto.

Un mantra che si ripeteva da oltre vent’anni. I figli non erano arrivati. I figli non sarebbero mai arrivati.

–Hai il tuo lavoro di maestra, i bambini sono sempre con te, ti adorano.

Perché essere una maestra significa forse allevare i figli degli altri? Metterli a letto, raccontargli le favole, permettere loro di uscire dal tuo corpo? O solo insegnarli a leggere e scrivere?  Per le mie colleghe c’era qualcosa di naturale nel mio lavoro. Qualcosa che avrebbe tolto qualsiasi mancanza presente e futura.

–Hai i tuoi bambini in classe. Sei fortunata.

Alunni indisciplinati figli di genitori prepotenti che masticavano la gomma e sputavano in terra. Erano quelli i miei bambini? Ecco perché non ne partorivo uno, la mia pancia si rifiutava di essere partecipe a quel teatrino. Ma non erano tutti così i bambini.  Entravo spesso nei negozi per neonati. Annusavo le tutine, i ciucchi aperti in esposizione, guardavo le pance. Quell’enorme fardello da portare per nove mesi. Quel camminare a papera. I piedi gonfi, i vestiti come lenzuola piegate. Le guardavo, le osservavo e quando uscivo dal negozio, mangiavo. La mia pancia era sempre vuota ma in qualche modo la riempivo. Di frustrazione, immagini, volti tirati dagli ormoni e di un futuro che era solo nella mia testa. Oltre lo zucchero, naturalmente. I kili si erano accumulati proprio dove non dovevano. La pancia era flaccida ma rotonda. La accarezzavo di nascosto quando la pregavo di non far arrivare il ciclo. La accarezzavo come si sfiora una fiera affamata. Si gira e ti morde. Ha fame, non ha nessuna pietà.

-Signora posso aiutarla?

-No, non è per me. Mia nipote sa…

– Capisco le faccio vedere la nuova collezione, sa quado nascerà?

Mai. Non ho nessuna nipote. Alfredo non lo sa delle mie escursione in questi negozi. Non è mai andato in soffitta a rovistare negli scatoloni. O forse non ha mai detto niente. Non dice più niente. Se ne sta al lavoro e poi in poltrona. Dorme e ricomincia il suo ciclo. Parla a monosillabi. Un giorno uscirà dalla porta di casa e tornerà con un bambino confezionato. Già fatto. Pronto per essere cresciuto, amato, vestito. Un giorno sono sicura lo farà e finirà questo nostro essere distanti. Una distanza che si tramuta in opacità, in una nebbia fitta di sentimenti che si disperdono giorno dopo giorno. Non ci possiamo fare niente e eppure la cosa più naturale del mondo ci è stata negata, finendo così per essere la così più odiata e desiderata allo stesso tempo. Fa male sperare, è un uncino che si conficca sempre dallo stesso lato, lo sopporti per tutto il periodo dell’illusione e poi si conficca sempre più in profondità nella carne. Sempre più. Fino ad arrivare al cuore. Ed è solo il primo passo nello spazio colloso, dove galleggiare. Quello che volevi riempire, ma che è nascosto anche ai tuoi stessi pensieri. E’ un tempo vuoto, cieco, senza colore. E rimani in attesa di un miracolo.

-Vedrai se non ci pensi arrivano due e tre bambini insieme.

Sarà che il mio pensiero è stato sempre lì, alla pancia, al semino, al bambino che non ho mai permesso al mio cervello di andare in vacanza. Ero sempre negli stessi negozi. Compravo le tutine ogni volta che il ritardo del ciclo era di due settimane. Le sceglievo colorate. Ne ho solo due rosa. Una con dei fiocchetti e l’altra di morbida ciniglia con gli orsetti Sono le mie due preferite.  Anna e Gaia. Ogni mio figlio per quanto breve è stata la sua esistenza nei miei pensieri, ha un nome. Ma non sono sicura neanche che ci fosse un figlio, speravo di essere incinta per addolcire la società che mi voleva madre a tutti i costi.

– Proviamo con un ciclo di ormoni.

Aspettavo prima di fare il test, mi dicevo domani. Volevo vivere quei giorni come unici. Sentire tutte le sensazioni amplificate di un futuro da inseguire. A test fatto, arrivava il ciclo. Di Gaia le due lineette erano rosa deboli, ma non so perché il ciclo il giorno dopo aveva spazzato tutto. Nessuno però ha visto quelle due lineette, solo io. Ho pianto per mesi. Piangevo per una bambina costruita nella mia testa. Era la stessa che vedevo allo specchio la mattina prima di andare a scuola. Ero io che ritornavo nella mia pancia.

-Se è destino arriveranno.

E se non lo è? O si impazzisce o si finisce per rassegnarsi. E non si convogliano le energie in qualcos’altro. Quelle si esauriscono come i sogni, bolle di sapone trasparenti, delicate che al sole scoppiano. All’improvviso, proprio quando ne hai assaporato la bellezza. Non c’è modo di recuperarle. Rimane il ricordo amaro di qualcosa che non hai saputo trattenere, o cogliere. Neanche se intingi i pennelli nel rosso più brillante per dipingere sorrisi. La vita sfuma. I volti si girano dentro alla tela e rimani con un pennello sporco di colore.

Graffi(a)ti, mostra di Franco Durelli


Graffi(a)ti la mostra personale di Franco Durelli nell’incantevole cornice del Museo Crocetti dal 3 al 12 Ottobre. Museo che accoglie le opere in bronzo dell’omonimo artista. Figure piene, busti, volti. L’esplosione del movimento che parte dai capelli. Acconciature abbozzate, pettinate dal vento o chignon di ballerine in posa. Donne dal volto che esprimono una quotidianità scivolosa.

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E quando il vorticoso mondo delle statue finisce nella saletta al piano terra, si apre accompagnata da una locandina “ graffiante”, la mostra di Franco. Artista che ha saputo cogliere nella sua carriera gli stimoli interiori ed esteriori e mescolarli insieme ai colori. Una mostra è sempre un percorso, qualcuno parla di viaggio. È in primis quello che l’artista compie con la sua particolare “arte”. Ma l’arte qualunque essa sia è un ballo, una danza che parte da un tormento interiore. Una travagliata mancanza che convoglia aspettative e speranze verso un mondo la cui attesa è negligente, non certo paziente ma a tratti cortese.

Franco Durelli ci mostra una parte del suo percorso “di pancia” come lo definisce lui. Dopo un figurismo simbolico in bianco e nero dove le sue donne erano cariche di illusioni in contrasto, lo ritroviamo paesaggista con una dolce mano che riprende il colore. L’astrattismo è quasi un passaggio, una forma di evoluzione interiore. Una forma che concretizza i suoi passaggi.

La mostra Graffi(a)ti con queste due pance che racchiudono una a in mezzo alla parola. E’ un recinto che ne fa di una lettera solitaria, un’isola di pienezza e significato. Le parole possono cambiare suono e significato come i colori mescolati insieme.

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Rulli, colori e una carta ruvida che trattiene o sputa fuori. La carta paglia. Un ricordo di quando ero bambina, mia nonna palermitana friggeva le sue melanzane e le adagiava proprio in quei preziosi fogli di carta. Ecco che una mostra solletica anche il palato o i sensi di un’infanzia lontana.

I quadri cingono le pareti come un anello al dito. Sono diversi, ognuno ci legge qualcosa di diverso. L’impressione è quello di calarsi in un primavera “sveviana” con un bianco e nero che lascia una profondità. Un solco nella terra per imbatterci poi nel quadro successivo. Un animale quasi mitologico che sembra avere ali per spiccare un volo in un mondo fantastico.

Il graffio è la percezione di un senso che accarezza il quadro o lo incide profondamente. Non si può pensare di non essere attraversati e di immaginare che qualcosa in rilievo, come la superficie di uno squarcio, nasconda sistemi profondi e travagliati. È una nuova arte, un vestito che Franco Durelli sa calzare in un modo nuovo regalandoci qualcosa di prezioso.

Le sue opere sono da vedere da vicino. Da lontano perché qualche figura si nasconde nel troppo vicino. La barca in un mare celeste si è trasforma in uno sbuffo di nuvola nel cielo e due scontri di colore rosso in navi di migranti che collidono in una guerra senza fine.

Gli occhi però finiscono su una sagoma di colore rosso. Una figura di donna, una sottile creatura dei boschi uscita da una nebbiolina di colore o una lacrima che fuoriesce. Mi piace pensarla come una donna che emerge, come l’arte dalle mani del suo creatore. Sa graffiare e incidere.

La cruda irriverenza di uno sguardo altrove.

Paola Catozza poetessa e giovane donna

Paola Catozza è una giovane autrice che si avvicina alla poesia con “passo adolescenziale” ma non per questo meno efficace. Si pensa sempre alla connotazione negativa dell’adolescenza. L’eccessiva irruenza, i venti di guerra che trincerano i figli lontani dai genitori per un tempo non quantificabile. Paola vuole immergersi invece nella sua adolescenza dipingendola con parole che uniscono la poesia a pensieri liberi di frugare dentro l’anima. Paola non rinuncia a ballare perché non è capace.  La poesia scandaglia i legami ancora molto in divenire ma l’autrice ne vuole dare un chiaro messaggio che non cambierà per tutta la silloge dal titolo Riflessa in una goccia d’acqua-Les Flaneurs edizioni. Ci sono cose che mutano anche l’amore si trasforma ma i nodi dei legami rimangono.

Il presente viene calcato come una matita sul foglio. Nella poesia Io, tu, noi l’atmosfera si immerge in una magia declinata al Tu.

Tu, tu che stai con me.

Tu che ami me.

Tu che hai speranza in me, tu.

 

Samantha: Sotto l’effetto di questi versi vorrei che fosse proprio Paola a raccontarci del suo modo di fare poesia. Benvenuta nel salottino di Ti aspetto. La prima domanda è sicuramente “Chi è Paola”? Chi tipo di ragazza è? C’è un tipo di donna a cui vorrebbe assomigliare?

Paola: Grazie Samantha per ospitarmi nel tuo blog. Dunque, sono una ragazza di diciannove anni, studentessa universitaria e appassionata di libri, scrittura e grafica. Sono una persona timida e molto autocritica, pignola e insicura, ma anche forte. Non ho una donna a cui vorrei assomigliare.

Positiva

S:Nella tua poesia c’è ad un certo punto l’incertezza dei pensieri, nonostante un presente sempre declinato con ostentazione. Quasi la poesia si trasformasse in pensieri che non sfuggono, non rimangono. Per te cosa significa scrivere? L’adolescenza ha influenzato la poesia o il contrario?

P: Per me scrivere è vita. Anche se si scrivono poche frasi, poche righe, penso sia meraviglia. Non serve essere scrittori di grandi libri per considerare la scrittura una vera e propria forma di vita. Essa aiuta ad esprimersi quando la timidezza ci blocca, aiuta a stare meglio, è liberatoria, consolatoria, di compagnia. Penso sia l’adolescenza che abbia influenzato la mia poesia: d’altro canto le mie poesie sono il frutto delle emozioni che ho provato in quel periodo.

S: Anche il sogno è riferito al presente. Sognare è sperare. Dream is not wrong. La vita ha un sapore nuovo in fondo nella poesia di Paola è il germoglio appena sbocciato che tenta di crescere.  In alcune poesie si legge qualche frase in una lingua inglese. Accostamento originale, cosa ti ha spinto ad evidenziare quelle parole in una lingua straniera?

P: Vero, in alcune poesie c’è qualche frase scritta in inglese. Ciò che mi ha spinta ad utilizzare una lingua diversa per determinati versi è proprio la voglia di dare un maggiore interesse a quelle frasi grazie ad un’altra lingua, in questo caso l’inglese. Poi, comunque, a me piace concatenare e fare un mix tra le lingue, purché ci sia una logicità nel farlo.

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S: Certamente. La cosa che mi ha colpito è stata la trasformazione. Amore è scegliere e tu, Paola scegli.  E la prima parte della silloge si trasforma in una seconda parte dal contenuto diverso. Nella poesia Perdermi si ha la sensazione o la dimensione del tuo amore. Perdersi come parte di un sentimento ancora da vivere. Secondo te cosa è realmente l’amore? Qualcosa da inseguire, qualcosa di così effimero che può sfuggire?

P: Sì, la poesia “Perdermi” riguarda l’amore. Secondo me l’Amore è un sentimento senza la quale non si potrebbe vivere. Abbiamo bisogno di essere amati e di amare. E’ qualcosa di grande, che può però diventare una effimera illusione: delle volte si crede di amare qualcuno anche quando in realtà non è amore ciò che si prova. Dipende comunque dal contesto: l’amore è qualcosa da inseguire, ma fino ad un certo punto, perché è pur sempre qualcosa che nasce piano piano per qualcuno. Capita anche quando meno te lo aspetti.

S: La seconda parte della silloge travolge tutto con un punto di vista nuovo. Mina un po’ il presente forte della prima parte. Gli amore sono capovolti, sentimenti negativi che si alternano a speranza e fiducia per poi ricapitolare.  “Il colore del dolore e quello dell’amore” si scontrano con la parola temere. Cosa temi di più? La poesia ti ha aiutato ad uscir dal tuo guscio?

P: Ci sono tante paure, sai? Temo di non essere amata come spero, di non riuscire a fare qualcosa nella vita, di non essere abbastanza. Ma non voglio permettere alle paure di limitarmi nella vita e questa “forza” di andare oltre alla paura deriva anche grazie alla poesia, alla scrittura in generale.

S: Nella poesia Sapore scandisci un elenco di cose semplici come i versi che si rincorrono. Non ci sono orpelli, ricerche di fonemi, involute dal significato offuscato. Tutto è immediato. Una poesia asciutta. Qual è il sapore della tua infanzia?

P: La mia infanzia ha il sapore di felicità, di amore, ma anche di tristezza. Amore e felicità grazie alla mia famiglia, tristezza dovuta, invece, al corpo che cambia, al peso, al bullismo.

S: Cosa rappresenta per te il Professor ingiustizia?

P: Professor Ingiustizia non è altro che la rappresentazione di ciò che un professore è stato: ingiusto sempre, a volte proprio poco “dolce” con le parole.

S: Cosa sogna Paola?

Bella domanda. Ho un cassetto pieno di sogni. Sogno di continuare ad essere felice, di laurearmi, di lavorare, di fare una famiglia, di continuare a scrivere. Sogno di fare qualcosa che amo, di non fallire, di viaggiare.

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S: La silloge si conclude con un ritorno all’amore. Lo stesso che ci ha animato e tenuto al sole. La nebbia si è attenuata. L’altalena di emozioni e versi si è dipanata. La poesia diventa una nave che viaggia sicura e anche per la giovane età di Paola si evidenzia una rotta precisa. Rotta sicuramente verso altri progetti.  Quale poesia in tutta la raccolta è Paola?

P: Riflessa in una goccia d’acqua è Paola. Tutte le poesie sono Paola.

 

 

Riflessa in una goccia d’acqua è l’anima mia,

riflessa e anche bagnata

di lacrime salate. Guardo avanti e immagino il futuro,

triste e leggera

m’immergo nei pensieri.

Non vedo nulla,

se non ingiustizia, tristezza

e omertà.

Vorrei gioia, amore e felicità.

Non ho futuro, lavoro non c’è;

a scuola studio e

l’aria ha portato meritocrazia con sé.

Riflessa in una goccia d’acqua

io spero e vivo;

guardo il cielo e la terra,

le bianche nuvole

e l’universo.

L’anima mia è

riflessa in una goccia d’acqua

di sogni e libertà.

S: Io ti ringrazio per averci parlato della tua poesia e di esserti scoperta un po’.

P: grazie a te dell’ospitalità.

Cover davanti

Link di acquisto:

Riflessa in una goccia d’acqua

Pagine: 83

Prezzo: 0.99 euro (ebook)

Editore: Les Flaneurs edizioni

Data di pubblicazione: 21-10-2015

Kobo: https://store.kobobooks.com/it-it/ebook/riflessa-in-una-goccia-d-acqua