Donne e caffè

VARIE_CAFFE

 

Prendo il caffè tutte le mattine alla solita ora. Stesso bar. Solo le donne con cui mi sveglio al mattino sono diverse. Non sempre. Diciamo spesso. L’ultima aveva gli occhi a mandorla. Facoltà di architettura, gonne a ruota, profumo dolciastro e capelli sempre sciolti.

Ci siamo conosciuti qui al bar. Lei è arrivata di corsa, stava per ordinare qualcosa quando le è arrivato un messaggio. Dalla sua faccia ho intuito che le avevano cancellato una lezione o peggio rimandato un esame. È frequente verso la fine del semestre che i professori, stanchi, cancellino le cosiddette lezioni riassuntive in vista dell’esame. Io lo faccio spesso. No, qualche volta prima della pausa estiva. Accresce l’adrenalina nello studente che si ritrova a studiare, studiare e studiare e io me ne sto qui al bar a vederli che entrano trafelati, con le occhiaie, montagne di carta sotto braccio. Rincorrono fotocopie che come pulci fuori dal barattolo corrono impazzite per i corridoi.

– Posso offrirle un caffè?

– No, grazie.

– Un succo di frutta?

– Veramente…

– Stia tranquilla, è solo un succo di frutta.

– Grazie, molto gentile.

E due parole sono diventate tre. Le solite chiacchiere. Traffico, tempo, parcheggi. E intanto su viale Marconi un vigile incastrava le macchine come se non ci fosse più una strada. Roma è così o una serie di sensi unici oppure un vigile che regola la scatoletta grigia del semaforo. Ed è la fine. Si sentono tutti padroni della strada e quindi il clacson diventa un richiamo per pendolari senza speranza.

– Adesso dovrei andare.

– Lasci offro io.

– Grazie mille.

E ho lasciato scivolare un foglietto con il mio numero di cellulare. Il nostro incontro si è trasformato in una pizza il giorno dopo al Formula uno a San Lorenzo. Siamo stati quarantacinque minuti ad aspettare un tavolo sporco, ma la pizza è eccezionale. La mozzarella di bufala e il basilico insieme sono per me un connubio perfetto.

Al terzo incontro è venuta a casa mia. Da futuro architetto d’interni mi ha rifatto l’appartamento almeno tre volte nel giro di un’ora. Spostava e rispostava nella sua testa mobili, pareti. È stato interessante scoprire che nello spazio dove tenevo una vecchia chitarra, due mensole con delle riviste e qualche vinile, lei ci avrebbe ricavato un bagno cieco con doccia. Lì le mattonelle proprio non le immaginavo, ma la fantasia è bella perché ha le ali e non essendo il suo professore potevano incontrarci tranquillamente anche fuori l’università. Andare a braccetto insieme sotto lo sguardo di tutti.

Mi piaceva quel misto di fiori e vaniglia che portava sempre con sé come un tatuaggio. Si lasciava baciare, spogliare con estrema dolcezza. Mi ricordava una ninfea vista da bambino. E alla parola ninfea mi sono ricordato di quella vecchia leggenda che avevo letto su un libro che mi aveva regalato un viandante a Nuova Delhi. Aveva una copertina rossa, ma dov’era finito quel libro? Ah sì, era nella libreria del salotto accanto alla scatoletta dove riporre gli incensi. Mai utilizzata, per fortuna. Sfogliandolo ho ripercorso un pezzo della mia vita, quando cercavo l’amore e quelle parole erano calzate come un abito elegante poi ben riposto nell’armadio.

Un Raggio di sole, in splendide vesti scintillanti d’oro, era sceso sulla terra e, vedendo una bellissima ninfa, se ne era innamorato a prima vista.

Anche lei cadde follemente innamorata, ma il suo modesto abito la faceva sentire a disagio. Si tuffò quindi in un lago sul cui fondo sapeva esserci un tesoro preziosissimo, con cui potersi abbigliare e render omaggio al suo amato.

Raccolse tutto l’oro che poté, ma al momento di tornare in superficie era troppo pesante e non riuscì a risalire. Fu sommersa dalla melma e di lei rimasero in superficie le sole mani aperte e ricolme d’oro e d’amore che diventarono i fiori di Ninfea. Perché l’amore vero non ha mai fine.

La pagina sembrava essere passata in più mani prima di arrivare nelle mie. Richiusi il libro. L’India con le sue magie poteva rimanere nel suo mondo dorato. Lei mi ricordava quella ninfea vista da bambino e basta.

Una sera è uscita dal bagno con il mio accappatoio. I capelli raccolti dentro un mollettone. Lo sguardo di chi si sente a casa. Mi sono fermato e l’ho guardata. Era bella. Semplice. Forse avrei potuto pensare a qualcosa di stabile. Forse, ma sul secondo forse ho lasciato al destino la risposta.

– Lo vuoi un caffè?

È stata una domanda spontanea e quando offro un caffè a una donna a casa mia, significa che do importanza alla mia relazione. Il caffè e la mia donna sono inseparabili.

– Se c’è un ginseng.

E la ninfea è sfiorita quasi all’istante.

– Purtroppo no.

Ho ricambiato il sorriso e ho preparato la moka da tre versando una sola tazzina. In piedi vicino al lavandino ho aspettato che si vestisse e poi siamo usciti. Avevo un sorriso forzato, Roma sembrava più afosa del solito. I taxi ammassati a Piazza Venezia. Avevo ancora da preparare i testi per gli esami. Insomma il ginseng mi si era incollato addosso come il braccio di Marilù. Lei invece era sempre carina, sorrideva con gli occhi che formavano quella ruga del piacere sulla fronte, ma qualcosa si era spezzato.

I nostri incontri si sono diradati. Mi ero raffreddato come un caffè lasciato troppo tempo sulla scrivania. Il caffè è buono caldo o molto freddo. La via di mezzo si butta. Non fa per me. Non ho risposto a un paio di messaggi, lei poi non ha risposto a un buongiorno ed è finita. L’ho incontrata qualche volta al bar, ma era sempre di corsa.

Sai la tesi, gli esami, relazioni, professori. Questa è stata la risposta più lunga che ho avuto.

Lo so, sono un professore anche io. So esattamente come funziona l’università.

La verità è che ogni volta che una storia finisce ripenso a lei. Elena. Al nostro incontro da Sergio. Era pieno di gente eppure in quel momento mi sembrava che ci fosse solo lei. Un espresso, grazie. Lo abbiamo detto insieme e insieme lo abbiamo bevuto scambiandoci un paio di sguardi tra la tazzina che veniva inclinata e il rumore del cucchiaino che veniva spostato.

Mi piaceva quando pronunciava la parola espresso. Lasciava scivolare la lingua sulla esse, rendendo il caffè un gioco erotico. Era capitata per caso da Sergio, c’era traffico, aveva lasciato la sua auto sulle strisce in doppia fila con le quattro frecce. Io ero lì come ogni mattina. Me ne stavo appollaiato sullo sgabello, scostando le briciole degli altri. È stata complicità dall’inizio.

Sfruttavamo ogni momento libero. Lei era sposata, ma non era una moglie annoiata. Non era in cerca di amanti con cui sentirsi realizzata. Le piaceva fare sesso con uomini diversi e non mi sono mai sentito geloso di questo. Teneva due cellulari. Io ero Barbara ufficio. Ci vedevamo sempre a casa mia, era diventata la trincea come se dovessimo combattere una guerra. Era sesso, il miglior sesso perché senza aspettative, senza i ti amo che prima o poi compaiono in ogni relazione. Intenso e persistente proprio come un espresso.

Io le aprivo la porta e lei entrava con il suo tailleur stretto.

– Sbrigate tutte le pratiche Barbara?

Io non le lasciavo a volte il tempo di finire la frase. Le alzavo la gonna. Diventavo cieco e sentivo solo le sue mani. Lei era capace di eccitarmi, di tenermi sospeso in quel limbo di piacere che non mi permetteva di saziarmi. La volevo esattamente così. Sempre. E lei era così tutte le volte che varcava quella soglia. Mi infilava la lingua fino a stanarmi, annullava qualsiasi distanza o barriera, dimenticavo che era sposata, che poi sarebbe uscita. C’era il suo corpo, qualcosa a cui non sapevo resistere. La sua pelle era una sensazione, era il sesto senso che prolungava l’attesa di averla. Lei sapeva giocare, usava il suo corpo come una bottiglia prima di essere riempita da un buon vino. La allontanavo per poi riprenderla. Non avevamo limiti, eravamo noi. Io ero me stesso fino in fondo. Se mi avesse pugnalato sarei morto felice, ma per fortuna non è successo.

Non ci abbracciavamo dopo il sesso. Ognuno rimaneva nel suo spazio.

– Vuoi un caffè?

Guardava l’orologio e a volte le tazzine era due nel lavandino dopo che aveva chiuso la porta. Dopo due anni e un infinito numero di espressi è scomparsa. Di solito ero io quello che scompariva nelle relazioni o lasciava morire le cose. Il fatto che l’avesse fatto lei mi aveva lasciato di stucco. Non sapevo dove lavorasse, che cognome avesse, avevo solo un numero di cellulare che però non squillava più.

Ho aspettato qualche mese prima di riprendere a bere il caffè al bar. Quel posto mi ricordava lei e la sua esse erotica. Certo avevo avuto una breve pausa con Tania che era appena arrivata da Pavia dopo due anni in America, logorroica come il suo caffè lungo. Era una brodaglia in tazza che sorseggiava a tutte le ore. Luigia, poi l’assistente, con lei solo sveltine in pausa pranzo. Era un ristretto corto, troppo corto. Aveva paura di tutto e si lavava le mani troppe volte in un’ora.

 

– Quanto tempo professò. Pensavo l’avessero sequestrata, sa, con tutto quello che si sente.

– Sergio tranquillo, che mi racconti?

– La solita vita. Le tasse, ’a moglie, ’na socera. Ce sarebbe da buttasse a Tevere con ’na pietra ar collo.

– Dai non esagerare. Tua moglie fa delle lasagne ottime.

– Eh solo quelle. Per il resto è ’na rompicoglioni come su madre.

– Sergio tu dovevi fare l’attore.

– Magari professò… magari.

E proprio mentre mi ero seduto è entrata una donna piuttosto maldestra, con la sua divisa appoggiata al braccio. Odorava di detergente alla lavanda. Si è avvicinata al bancone e ha guardato i cornetti.

– C’è quello integrale?

– No, bella, finiti. Qui le studentesse solo integrali. È rimasto semplice o con la crema.

– No, grazie.

E ha sbattuto con il gomito le tazze lasciate sul tavolino accanto, facendo cadere tutto.

– Mi scusi, pulisco subito.

– Tranquilla, tranquilla ce penso io.

Mi sono alzato per aiutare Sergio. Lei si è fermata a parlare come se davanti a sé avesse un padre confessore. Seduta in ginocchio a raccogliere cocci, raccontava della sua vita come se non avesse mai fatto altro. Io e Sergio ci siamo guardati. Quella donna non stava bene o aveva bisogno di sfogarsi.

– Grazie io mi chiamo Margherita.

– Sa che significa perla?

– Non lo sapevo, io mi sono sempre chiamata Margherita.

L’ho notata per diversi giorni. Si fermava e rimaneva seduta anche dopo che Sergio le prendeva la tazzina da sotto il naso. Beveva un bicchiere d’acqua e guardava il traffico fuori dalla vetrina. I suoi occhi erano cerchiati. Le sue occhiaie erano evidenti. I capelli unti e sporchi. Da vicino sembrava più vecchia, ma aveva ancora quella dignità che contraddistingue chi ha sofferto o chi sta ancora combattendo per riemergere.

Margherita sapeva vomitare la sua vita come io non avrei mai saputo fare di fronte a un estraneo. Le venivano gli occhi lucidi, piangeva, ma alla fine si alzava e andava via. Salutava tutti con un sorriso. Questo mi aveva colpito. Certo non era bella, non era giovane, ma allo stesso tempo aveva fascino.

Ci siamo visti qualche volta. Una pizza servita tra kebab. Un locale squallido e sporco dove si poteva fumare vicino alla porta d’entrata. E poi un gelato in un bar di periferia. Abitava a Ostia, Nuova Ostia. Lì dove è morto Pasolini. Mi ci ha portato una sera.

– Qui una volta erano campi lasciati all’abbandono. Laggiù c’è Tor San Michele. Si veniva qui quando se voleva sta’ un po’ in pace.

Sospirò come a ricordarsi di una giovinezza colta troppo presto.

– Non mi piaceva studiare. Mia madre diceva sempre che scaldavo il banco. Lei non mi poteva aiutare, faceva le pulizie tutto il giorno per mantenere me e mio fratello. In fondo io che altro potevo fare?

E ha alzato le spalle mentre si accendeva una sigaretta sottile. Mi faceva tenerezza in alcune occasioni. Era ingenua e questo la rendeva anche vulnerabile. Avrei voluto farla assumere da Sergio come cameriera, si vedeva che faticava molto ad alzarsi così presto, ma sono rimasti solo pensieri. Beveva un decaffeinato al mattino presto e uno alle dieci. Un decaffeinato a qualsiasi ora è come bere una tazzina vuota.

Non l’ho mai invitata a casa mia. Non riuscivo ancora a “pensare” a una nuova relazione, non dopo Elena. Qualsiasi donna sarebbe stata una donna di passaggio tranne Tania e Luigia. Loro due sono state solo buche su un asfalto già rovinato.

E poi non riuscivo a relazionarmi con una donna che sceglieva un vestito bianco per poi arrivare alla cassa e volere quello nero. Tornava indietro e alla fine prendeva una maglietta grigia per la nipote. Non era capace di scegliere, di farsi scegliere. Si lasciava attraversare e poi buttare. Non ho mai approfittato del suo facile sentimentalismo. Non sapevo bene però perché uscivo con lei. Era un periodo che i miei studenti avrebbero sicuramente definito “strano”.

 

Una mattina non l’ho più vista all’università, faceva le pulizie al secondo e terzo piano del secondo padiglione. Non mi ha più cercato e da Sergio non l’ho più incontrata. E come dice il mio amico Zanardi “La vita è come il caffè: puoi metterci tutto lo zucchero che vuoi, ma se lo vuoi far diventare dolce devi girare il cucchiaino. A stare fermi non succede niente.” E io ero ancora fermo sul corpo di Elena e sul nostro espresso.

 

– Professò oggi niente lezione?

– No, Sergio. Oggi ho i miei validi aiutanti.

– Bella la vita così.

– Una passeggiata di salute a quest’ora.

– Pe’ due machine professò…

– Proprio due.

– Allora che fa oggi? Mi aiuta a servì i caffè alle pupe?

E mi ha fatto l’occhiolino.

– Io prendo un caffè macchiato. Grazie.

– Agli ordini signorina. Adesso ho anche un valido aiutante.

– Dai non scherzare Sergio. E se non sono indiscreto signorina lei è una studentessa o una professoressa?

– Scrittrice.

– E se non sono doppiamente indiscreto cosa scrive?

– Romanzi.

– Macchiato caldo o freddo?

– Caldo, grazie.

– Ecco un core di latte dal “mejo” barista de Roma. E per lei professò il solito?

– Macchiato caldo anche per me.