Pensiero al sole

C’era un momento in cui il sole scendeva nel mare e tu ti fermavi. Ti appoggiavi alle mie gambe e mi stringevi. Le parole rimanevano da qualche parte. Il tuo cuore di bambino si tuffava insieme al sole. Il mare lo accarezzava. Piccole onde che sembravano piccole mani. Le tue. Anche tu custodivi qualcosa. Quando il sole era scomparso del tutto, ti alzavi, correvi verso le onde. Le mani in tasca. Rimanevi così finché il cielo non diventava più scuro.

— Mamma!

Inclinavi la testa e soffiavi via qualcosa dalle tue piccole manine. Io mi alzavo e raccoglievo l’asciugamano.

— Cosa soffiavi?

Correvi via verso la strada. Ti fermavi al terzo scalino.

— Soffiavo la buonanotte al sole.

E tornavamo a casa.

Due chiacchiere color del cielo con Tatiana Martino

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Bentornati dalle vacanze. Periodo magico quello del Natale e sull’onda ancora del luccichio delle lucine dell’albero e dei piccoli lavoretti dei bambini, ho il piacere oggi di ospitare nel mio piccolo angolo una donna che è anche una grande creatrice. Tatiana Martino.

Samantha: Benvenuta cara.

Tatiana: Grazie.

Samantha: Le feste sono finite e lo dico già con una punta di nostalgia.

Tatiana: E’ vero.

Samantha: Essere donna, mamma e artista cosa significa per te?

Tatiana: Non vedo separazione tra loro, tutte e tre creano. Ogni donna è una creatrice: è un’artista, che faccia arte nel senso proprio del termine o meno; è una madre in potenza, che abbia figli naturali o meno o non ne abbia affatto. Per me significa esprimere le mie potenzialità in toto, mi fa sentire completa e piena, e questo mi dà profonda gioia.

 Samantha: Qual è il tratto principale del tuo carattere?

Tatiana: Uno psicologo direbbe che, il mio, è un carattere con una spiccata propensione alla fantasia, quindi con marcati tratti infantili e narcisisti. Molti mi hanno detto che è la calma, altri la presunzione. Da parte mia spero sia una grande autoironia così da poter accettare i giudizi di tutti!

 Samantha: Se fossi un colore quale saresti?

Tatiana: Senza alcun dubbio, il celeste cielo! Ma chiaro e trasparente, senza una nuvola, senza vento, quello delle mattine di fine autunno: troppo tiepido per dirsi freddo e troppo fresco per dirsi caldo. La pista ideale di volo per gli scriccioli. Un colore bambino, sfuggente eppure così ben definito…

 Samantha: Il tuo principale difetto?

Tatiana: Principale non lo so, di sicuro quello che odio di più: sono insicura. Ma tanto.

 Samantha: Il tuo dolce preferito.

Tatiana: La crema catalana!

 Samantha: Com’è nato l’amore per il disegno?

Tatiana: Ricordo di aver sempre disegnato, è una cosa che mi viene naturale e che percepisco come un bisogno. Io devo disegnare, se non lo faccio mi sento male. Mia madre racconta che, quando ero piccola, appena finivo di pranzare o cenare prendevo il blocchettino da disegno e mi mettevo a disegnare. Scarabocchiavo ovunque, anche sulle piastrelle della cucina. Credo che però l’amore, quello vero, sia nato come una storia d’amore classica, di quelle contrastate. E’ esploso quando me l’hanno, in un certo senso, vietato impedendomi di frequentare il liceo artistico. Così ho imparato tutto quello che so da mio padre che insegnava Arte…

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Samantha: C’è una parola che nei momenti tristi ti aiuta?

Tatiana: Resilienza! Mi piace. E mi veste a pennello. E’ un termine che la psicologia ruba alla metallurgia, indica la capacità di un metallo di resistere alle forze che gli vengono applicate. In psicologia, per traslato, è la capacità che ha una persona di autoripararsi dopo un danno, di re-sistere, di esistere ancora e ancora. E’ una capacità tipica dei bambini e me la tengo stretta.

 Samantha: Il ricordo di cui non vorresti mai separartene?

Tatiana: Non sono una sentimentale, lascio andare. Non sono il tipo di persona che sentirai mai dire “ti ricordi quando…”, e mi dà noia quando lo fanno gli altri. Il passato è passato. Porto con me solo il bene che mi hanno voluto e il bene che ho voluto alle persone care.

Samantha: Tutti noi abbiamo una favola. Se potessi entrare nella tua favola preferita cambieresti qualcosa?

Tatiana: Oh, sì. Cambio sempre qualcosa, ogni volta che la rileggo. Cambio io, cambiano i personaggi, solo il canovaccio sembra lo stesso eppure anche lui subisce mutazioni. La lettura deve essere sempre sovra-, meta- e para- testuale, altrimenti è sterile, non produce niente, non crea…

Samantha: Ti sei mai svegliata e invece dei vestiti avresti voluto una super tuta da eroina?

 Tatiana: Non una tuta da supereroe, ma un cappello e una scopa da strega, non mi è mai interessato salvare gli altri, non mi piacciono le persone.

Samantha: Perché?

Tatiana: Mi attira, invece, l’idea di vivere in isolamento nel folto di un bosco, in compagnia solo di animali e incantesimi. Conoscenza ed empatia primitiva con le forze della natura e i suoi abitanti. Lontananza dal chiacchiericcio e dal rumore, dalle miserie umane e dalla meschinità. Un mondo da favola.

 Samantha: Quale momento del giorno preferisci?

Tatiana: I due crepuscoli. Momenti in limine, durante i quali si sta in bilico tra due mondi, l’umano e il sovraumano, e tutto sembra immobile e incantato.

Samantha: I tuoi attuali progetti.

Tatiana: Finire di illustrare e trovare un editore, per “Le lenti blu” di Daphne du Maurier. La storia è stata messa in versi dal bravissimo illustratore e autore genovese Gino Andrea Carosini (http://ginocarosini.jimdo.com/), che mi ha dato l’opportunità di collaborare con lui. E poi, ho da terminare un libricino che mi porto dietro da tanto, un piccolo progetto illustrato sulla stregoneria del quale non parlo per scaramanzia…

Samantha: Fai bene anche io sono scaramantica.

Tatiana: Sono in buona compagnia allora!

Samantha: Il tuo sogno per il quale saresti disposta a tutto. Quello che ti riempie gli occhi e il cuore tutte le volte che lo immagini.

Tatiana: Si è avverato già! Avere una famiglia tutta mia, con un marito che mi adora e un figlio meraviglioso, amici veri, due gatti, una casetta tutta nostra e tempo per disegnare le mie storie.

E quando i sogni sono già così veri e si possono stringere non possiamo far altro che partecipare a questa gioia. Un sogno vale mille sacrifici, vale la salita, ma la cima una volta raggiunta va custodita e Tatiana sarà una custode d’eccellenza. Continueremo a seguirti e a sognare insieme ai tuoi disegni. Grazie di essere stata con noi.

Tatiana: Grazie a te e… a presto.

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Per dare un senso alle nuvole

7090039087_2ff2c17bb8_zLa teiera fumava. Il vapore saliva. Disegnava virgole che si ammassavano, formando una coltre di goccioline che sarebbe scesa. Il muro davanti a lei sembrava più una fronte imperlata di sudore e il suo sguardo era lì, fermo su una gocciolina incastrata fra due maioliche verdi. Faticava a scendere e come una maestra attenta la osservava in quella lenta e inesorabile discesa mentre il vapore continuava a salire. C’era odore di cibo sintetico come se qualcuno avesse abbrustolito una busta di plastica. L’aria era calda, si appiccicava alla pelle. Non riusciva a dormire. Non riusciva più a dormire dopo quella notte di cui aveva un ricordo chiaro.

Aveva ancora gli occhi chiusi quando una voce le aveva bisbigliato nell’orecchio. Sillabe, parole, frasi. Quando aveva aperto gli occhi il buio era una coperta nera. Si stava avvicinando una tempesta. Accese la luce che rischiarò parte della camera di un color ambra. Faceva caldo. Troppo caldo. I ricci rossi incollati dal sudore sul viso. Suo marito Clebert russava e si agitava nel sonno. Forse stava sognando, anche se i sogni lui li aveva lasciati a terra sepolti in qualche parte di quel mondo che avevano deciso di lasciare per inseguire cosa? Lei non ricordava più neanche cosa né da quanto tempo erano in viaggio e il tempo logora le aspettative, le trasformava in relitti. Aveva provato a richiudere gli occhi quando aveva sentito un rumore. All’inizio era qualcosa di impercettibile, pensava fosse solo uno scherzo della sua mente. Poi il rumore era diventato un brusio di fondo che si confondeva con quello degli ingranaggi.

-Svegliati, c’è qualcosa che non va.

-Ummm

-Svegliati, ho detto che c’è qualcosa …

– Dormi.

E si era girato dall’altra parte. Non aveva dato retta al marito e si era alzata. Toccò le porte delle camere degli altri membri dell’equipaggio ad una ad una. Erano tutte chiuse, non sentiva rumori se non lo sbuffo delle caldaie. Aveva percorso parte del corridoio quando il rumore tornò. Era alle sue spalle. L’aria aveva qualcosa di diverso come se qualcuno si divertisse a sparare bolle di sapone fatte di parole. Il rumore divenne una voce. Una flebile voce che si perdeva nell’afa del corridoio. Non cercò di girarsi. I piedi rimasero incollati sul pavimento scuro. La mano sulla porta di una stanza. Il corridoio davanti a lei diventò irriconoscibile, sembrava calata un’enorme nuvola di fumo. Si aggrappò alla maniglia sperando si aprisse. Il buio si muoveva davanti a lei, come un bambino ai primi passi. Era vivo e quelle strane parole invece le toccavano la schiena rimbalzando sulle vesti. Voleva chiamare suo marito. Non riusciva che a dire le stesse sillabe.

-Cleb… Cleb…

Sillabe che si persero come nebbia al sole confondendosi con lo sbuffo della caldaia. Quell’enorme cuore metallico che batteva senza mai fermarsi nella sua cavità profonda. Si inginocchiò a terra come se avesse corso senza mai fermarsi. Le mani scivolarono sulla veste. Era bagnata. Zuppa. Gocce grandi e piccole scesero per le gambe fino a raccogliersi in una pozzanghera scura. L’aveva guardata a lungo come adesso guardava la piccola pozza sul tavolinetto del cucinotto formata dalle goccioline sul muro. Da quella notte la voce era diventata un’ossessione. Nel suo cervello si ammassavano sempre gli stessi pensieri e si conficcavano sempre nel medesimo tunnel che confinava con il ricordo di quella storia che le raccontava il nonno da bambina sugli spiriti delle foreste. Creature che volteggiavano tra le nuvole trafiggendo con il loro lungo becco appuntito tutti gli uomini che con le loro assurde invenzioni sfidavano il cielo. Per loro ci sarebbe stata solo morte e distruzione. Il cielo non doveva venir profanato.

-Conserva questa chiave, bambina mia.

La voce del nonno era ancora così dolce nei suoi ricordi mentre lo Zeppelin ebbe uno scossone. La tazza gli sfuggì quasi di mano. Guardò verso l’oblò. Le nuvole erano diventate pesanti scudi impenetrabili. Avrebbe voluto aprirne uno e allungare la mano per prenderle tutte e gettarle via, ma era vietato aprirli anche se il calore negli scomparti era diventato man mano insopportabile. Tutti credevano in quelle figure volanti tanto magiche quanto malefiche. Ognuno degli abitanti della carcassa di ferro portava un amuleto sotto i vestiti contro le “bestie urlatrici”. Era così che li chiamavano bisbigliando di nascosto mentre guardavano il cielo, ma non c’erano amuleti né formule magiche, la tempesta era lì davanti a lei, di fronte allo Zeppelin mentre il vapore dalla teiera continuava a salire fluido, lento, sottile. La tisana era ancora bollente. Le avevano insegnato che bere cose calde con quel afa opprimente l’avrebbe aiutata, ma non riusciva a mandare giù neanche un sorso. Quella voce le entrava sotto la pelle, le strappava i pensieri, la costringeva ad alzarsi, ma ora era seduta, attenta a sentire il più piccolo bisbiglio, per capire cosa volesse da lei, quando la luce nel corridoio si spense. Lo Zeppelin ebbe un secondo scossone, più forte, più violento del primo e si inclinò.

-Clebert…

Stava scivolando mentre la luce si riaccese quasi d’improvviso. Da gialla diventò bianca. Si vedevano i contorni del pavimento grattato. Le travi di ferro che sembravano piegarsi. Dal pavimento si sollevò del fumo denso. Rimase paralizzata sulla sedia. Era come se avesse inghiottito un sasso. Non riusciva a finire un respiro per cominciarne un altro e intanto il fumo si ammassava. Si spiralizzava. Si muoveva verso di lei. Stringeva solo più forte quella tazza di acqua bollente. Il fumo l’aveva ormai raggiunta, si stringeva intorno al suo corpo. Le penetrò nel cervello come fosse un sottile e lunghissimo ago. Poi come fosse una vela senza vento il fumo si gonfiò e la costrinse a serrare gli occhi.

-Cosa fai qui, seduta? C’è un problema al sistema degli ingranaggi della sala B.

Sentiva solo la voce di Clebert che risuonava, ma non riusciva ad aprire i suoi grandi occhi verdi. Era sempre vissuta nel timore che nuvole minacciose e nere potessero concentrarsi tutte insieme e assalire lo Zeppelin. Lei che aveva sfidato il mondo salendo lassù, lei che aveva ancora dei sogni. Sì, ancora dei sogni nascosti, non voleva morire. Non voleva morire prima di aver dato alla luce il suo bambino.

-Fammi scendere, fammi scendere.

-Forza muoviti-le aveva urlato il marito dalla fine del corridoio.

-Riportaci a terra o moriremo tutti.

Sentì le porte degli altri membri dell’equipaggio aprirsi.

-Smettila- la voce del marito era a un palmo dal suo viso. Aprì gli occhi e quello che ci lesse fu dolore, disperazione. Morte.

-Verranno a prenderci.

-Cosa stai dicendo?

-Le bestie urlatrici hanno scatenato la tempesta. Faranno in modo che lo Zeppelin cadrà e dei nostri sogni non rimarrà che una carcassa bruciata.

-Smettila-il suo fiato puzzava di quella roba che beveva di nascosto-sono solo leggende. Non ci sono sogni. Sono solo nuvole.

– Sì, esistono, ti prego… credimi. Nonno mi parlava degli spiriti delle foreste, delle voci risuonanti che sono nascoste nelle nuvole.

-Non sei più una bambina.

-Le abbiamo sfidate e una di loro è riuscita ad entrare dentro lo Zeppelin.

Clebert fece prima qualche passo indietro poi guardò la moglie e si allontanò scomparendo nella luce tremolante del corridoio. La tazza le scivolò dalle mani, sbeccandosi. Le porte si aprirono in successione rapida. Infiniti passi calpestarono il corridoio verso la sala B. Perché la voce aveva scelto lei? Per la sua capacità di sognare? O per la sua paura di morire? Nonno. Forse quella chiave non era solo un gioco da bambini. Corse verso la sua camera come se stesse attraversando mille strade che non finivano mai. Quando arrivò, trovò la porta della camera chiusa. Perché Clebert l’aveva chiusa? Provò a spingere la maniglia, ma era bloccata. Allora scese verso la sala degli ingranaggi. L’orologio al muro emetteva strani sospiri simili a bollicine che salivano in superficie. Allora cominciò a correre, le sembrava che il tempo fosse più veloce dei suoi piedi. Clebert davanti a tutti, oliava enormi ingranaggi pesanti che sembravano inceppati. Lo Zeppelin ebbe un sussulto e le sembrò di precipitare, poi riprese quota.

-Clebert…

-Vai via.

-La porta della camera è chiusa, devi aprirla.

-Forza ragazzi spingete…

Suo marito non si era nemmeno girato. Continuava a spingere gli ingranaggi per farli muovere.

-Ho detto vai via, se scoppia tutto non voglio che rimani.

-La porta …la porta…

-Vattene per l’amor di Dio.

Ma Dio in quel momento non c’entrava niente, erano solo uomini che avevano sfidato le nuvole. Non potevano più tornare indietro e lei non poteva morire così, doveva prendere quella chiave, magari si sarebbe ricordata a cosa potesse servire. Le scalette erano inclinate, non riusciva a salire, impiegò il doppio del tempo pregando il nonno, pregando quel bambino di non morire prima di lei.

-Amarille vieni con noi.

Vide le altre donne alla fine del secondo corridoio dopo le scale. Si stavano dirigendo verso le navicelle per prepararsi a fuggire.

-Vieni, qui sta per scoppiare tutto. Devi proteggere il tuo bambino.

Ancora non lo sentiva muovere, ma ne percepiva la presenza. Le guardò mentre le loro mani si allontanavano.

-Amarille presto…

I tubi gocciolavano sotto una luce gialla che una volta era protezione e ora era solo un passaggio per l’inferno. Prese il corridoio opposto alla salvezza e quando arrivò davanti alla sua camera la porta era spalancata. Lo Zeppelin cominciò a vibrare. Cadde a terra sbattendo la gamba al comodino. La chiave era lì dentro da qualche parte. Doveva arrivare a prenderla. Doveva solo arrivare ad aprire il cassetto. Si alzò in inginocchio e cominciò ad avvinarsi. Lo Zeppelin ebbe un altro scossone e il cassetto si aprì da solo. Strinse entrambe le mani intorno al pomello di legno e rovistò finché non trovò la chiave legata ad un filo. Dall’oblò della camera non si vedeva più nulla. Erano dentro alla tempesta. L’unica idea che le venne fu quella di aprirlo e gettare la chiave in mezzo alle nuvole. Non riusciva a stare in piedi. Si accarezzò la pancia, stringendo forte la chiave nell’altra mano. Cadde più volte prima di arrivare all’oblò.

-Apriti, forza apriti.

Era bloccato. Trovò un pezzo di trave sotto al letto e cominciò a forzare la sicura. Con uno scatto violento si aprì. L’aria era carica e fredda. Le pungeva il viso.

Nonno fa che sia la cosa giusta.

Gettò la chiave versò l’infinito nero e cupo mentre lo Zeppelin si adagiò su un lato come una balena spiaggiata. La chiave batté contro il telaio dell’oblò e rimbalzò di nuovo dentro la camera. Amarille scivolò verso la porta e la chiave con lei. Del fumo scuro e denso salì dalle travi del pavimento. Qualcosa stava bruciando. Tossì a lungo. L’oblò si chiuse di colpo. L’aria smise di circolare e tutto tornò bollente. Guardò in direzione del corridoio. Clebert sarebbe di certo arrivato per salvarla. Per salvarli. L’attesa le stava dilatando le pupille e nel buio vide figure uscire dal pavimento. La voce del nonno che si mischiava a quelle parole che erano simili a gorgoglii. Poi il fumo le spense il respiro e annaspò. Riprese a inspirare sgranando ancora di più gli occhi, ma senza essere certa del respiro successivo. Una mano invisibile le asciugò la fronte. Nonno. Ormai non riusciva più a tenere gli occhi aperti e ripensò agli aquiloni colorati che sfidavano il cielo azzurro contro vento. Le fiamme avvolsero il letto e si allungarono verso il soffitto che crollò. Le nuvole entrarono come frecce appuntite nella carcassa già ferita dello Zeppelin, ormai il pavimento era solo ricoperto di macerie. Amarille si trascinò lungo il corridoio che bruciava dietro di lei, stringendo la chiave e il suo bambino che non doveva morire.

(scritto per il concorso Zeppelin Town )