Preghiera

Mi hanno insegnato a pregare con le mani giunte, il pensiero chiuso come gli occhi. Un pensiero che non ti lascia scampo. E non mi hanno insegnato a pregare solo Dio. La religione è un compromesso che disseta l’anima, lo spirito. Ci sono religioni che non si vedono che scorrono vicino a noi. Nuovi idoli, nuove strade, bizzarre preghiere.
Io vorrei tornare a quella semplice, quando ci si inginocchiava a terra e si tenevano le mani strette come a non voler lasciar andare via quel pensiero. Quelle parole.
Dio ti prego salvaci da questo orrore.
Perché un Dio c’è anche se non ci credi, anche se fai finta che non esista, qualcosa in cui credere lo troverai sempre. Anche la stupidità è un dio e neanche minore. La follia una dea bendata che colpisce a caso come le schegge della bomba, ieri in Russia.
E la solita domanda che mi attanaglia da ieri, quando toccherà a noi? E poi passa il pensiero, ma quando pensi che un Dio ti risparmierà, la follia degli uomini colpisce bambini in Siria. E non c’è fine all’orrore, perché non c’è fine alla preghiera che potremo fare. Ma allora cosa è che non funziona?
Ti prego salvaci. Ti prego, ma non risparmiare la pace tra noi, di quella spargi semi.
A noi uomini spetta la salvezza, mi dicevano da piccola. Qualcuno dice anche la fine. No, la fine no. Ma siamo ciechi e bendati. Qualcuno di più di altri, come si fa a salvarli tutti gli uomini?
Qualcuno ha scritto che anche un Dio smetterebbe di guardare i volti tumefatti dei morti sotto qualsiasi bandiera perché troppi. Non è stato cogliere la mela ma scegliere di mangiarla. L’abbiamo addentata e deciso cosa fare dopo.
Eppure non smetto di pregare nel solo modo che conosco. Questo. Chissà quanti canti solitari in una sera anonima come questa, senza spiragli di luce, sotto la pioggia, esistono. Sono preghiere anche di atei. E Dio ascolta tutti. Il silenzio e lo scoppio delle bombe. Vorrei però che le fermasse. Ma siamo noi che dobbiamo disinnescarle. Noi.

Barbone

 

 

Un uomo su una panchina di legno scuro. La sigaretta in bocca. Un uomo scalzo con il suo sguardo nudo verso qualcosa di indefinito. Appariva solo a lui. Così mi sono fermata. Avrei dato quello che avevo in borsa per barattare un suo momento con il vuoto che sentivo negli ultimi tempi.

L’uomo mi ha guardato, attento a non sporcarsi con la cacca dei piccioni e mi ha sorriso. Sì, sorriso come fosse il gesto più naturale che si potesse fare in quel momento. Era solo nostro. Non c’era nessuno accanto, nessuno davanti o dietro. Noi, la panchina di legno, la sigaretta e la cacca del piccione bianca e nera. Mi ha imbarazzato quell’angolo della bocca che disegnava qualcosa.

Ho pensato che non fosse un sorriso vero, ma un ghigno, una smorfia. Non ho chiesto, non amo fare domande. In verità non amo che mi facciano domande, non ho mai le risposte che piacciono agli altri. Ho delle mezze bugie. Qualcosa che si avvicina alla verità ma che si tiene alla larga da essere una confessione.

-Sai perché voi comuni mortali siete infelici?

E aveva colto nel segno. Attimi di fumo volante nell’aria. Ero infelice. Si vedeva così tanto? Eppure non mettevo mai niente di nero. Avevo sempre orecchini, scarpe con il tacco, andavo dal parrucchiere ogni settimana. Cosa faceva apparire me una donna infelice? Ho risposto di no con la testa.

Si è perso di nuovo nel suo orizzonte. Eppure non c’era niente in quella direzione. Un palo della luce, un muro rovinato, due cartelloni stracciati di chissà quale mostra ormai dimenticata. Niente. Eppure i suoi occhi cadevano sempre verso quella direzione. Aspettava qualcuno in questa città eterna che rincorre il tempo? Oppure era alla ricerca di un’altra rivelazione?

-Voi mortali ve la costruite l’infelicità. Io non ci penso. Felice o infelice sono sempre un re scalzo con la mia sigaretta.

Un re? Ma per un impercettibile attimo, mi sono sentita anche io una regina, forse per le scarpe rosse che avevo messo. Per il maglione che aveva le maniche ampie. Per quel senso di tranquilla impotenza verso gli avvenimenti che quell’uomo mi dava. Se ne stava scalzo, sporco, ubriaco su una panchina lercia. Eppure il suo mondo era non avvicinarsi alle cacche di piccione, come se si potesse evitare di precipitare ancora di più nello schifo. Nell’infelicità. Per cui l’ho guardato ancora più attentamente, cercando segni nobili. Aveva le rughe, era vecchio. In fila tre bottiglie ordinate per altezza vuote. Non era un re. Era solo un pover’uomo. Un barbone.

Non ho capito il senso di questo incontro mentre il viale si affollava. Eppure quell’uomo parlava proprio a me. Non c’era nessuno altro a cui si rivolgeva e io stavo lì a guardarlo, ad aspettare che dicesse qualcos’altro per capirmi. Ero folle anche io.

-Credevo che la felicità fosse conquistare la vetta, ma un momento prima di arrivare in cima, la montagna è crollata.

L’ho detto a un riflesso senza specchio di una donna che ormai aveva cinquant’anni. Lui fumava ormai un mozzicone tra le dita.

-Sabbia.

Ha risposto.

-La felicità non esiste. Si guardi.

Ho scosso ancora di più la testa, era come se mi fosse finito un sassolino tra i capelli e pesava. Mi stavo rimproverando per aver creduto, che un barbone potesse dirmi qualcosa, che in tutto quel tempo mi era sfuggito. Ha continuato a fumare, si è tirato su la coperta di cartone che era adagiata per terra, nascosta da altra immondizia e ha chiuso gli occhi.

-Voi mortali siete troppo infelici.

Forse il suo segreto era nella sigaretta scalza di pensieri. E me ne sono andata. In fondo non era certo una regina.

 

Parole da mordere

 

 

 

Parole.

Le mangio,

le mastico,

le tengo strette tra i denti.

Ferme.

Immobili.

Cariche di gusto e significato.

Parole piene.

In attesa di essere ingoiate,

investite, digerite.

Parole da distillare.

Essenze profumate di cannella al rosmarino.

Cioccolato alle virgole.

Muffin di dubbi sospesi.

Banchetti ancora da imbastire su tovaglie di porcellana.

Parole.

Che si mescolano come la più antica delle ricette.

Pentole di frasi da assaggiare.

Giro di sillabe sconnesse.

Ribollii di lettere che vengono fuori.

Parole.

Mi ubriaco di pensieri.

Parole.

Storditemi,

saziatemi.

Parole ferme sulle labbra.

Parole da mordere.

il cuore in un burrone

Non ho nessuna colpa, diceva quando piangeva.

Non ho nessuna colpa perché le colpe si distribuiscono in due. E se io ho sbagliato e perché tu mi hai portato a commettere errori. Mi hai spinto all’angolo, all’estremo di una qualche forza che non avrei saputo contrastare. Non è solo colpa mia.

E piangeva, ma tanto non la poteva sentire nessuno.

Rosso Valentino, rosso come l’amore per l’arte di Tina Loiodice

rosso valentino6

Rosso come un colore, una sfumatura. Un’onda che travolge e tutto calamita verso di esso. Rosso, l’amore. Un quadro, un vestito, un amante. Un mappamondo di gesti attaccati a una stampella lasciati al buio, in un armadio aperto sulle nostre consapevolezze. Rosso. Un animale che striscia e scorre. Il sangue che corre nelle sue arterie, ritorna dentro alle vene.

Rosso. Una mostra. Una collezione di istanti trafugati al sentimento, di persone e oggetti. Quadri, immagini precise di rossi esplosivi.

rosso valentino 4

( BeeAnKee)

In una cornice dalle pareti bianche Spazio 40 ( Via dellì’Arco di San Calisto 40, Trastevere) ha aperto le porte al colore dell’amore. Il cuore di BeeAnKee appeso come un sentimento trascurato, un organo vitale in perenne equilibrio tra domanda e offerta. Cavo ma pulsante che tiene unito i fili dell’esistenza. Fili che Tina Loiodice , direttore artistico, ha voluto intrecciare e lasciare nel suo interminabile caos di esistenze.

rosso valentoino5

(Fritza Rider, Roberto Pinetta)

Ogni filo una mano da percorrere, intrecciare, lanciare. Lasciare con il suo personale percorso come il bivio raggiunto dal colore sulla tela. È la dicotomia della donna senza un occhio, Fritza Rider di Roberto Pinetta, da un guanto nero e rosso che ci guarda dal fondo della sala. È la donna velata di Arianna de Cola, Beyond, che si nasconde ma non cela il suo tormento rosso dipinto.

rosso valentino 2

(Beyond, Arianna de Cola)

Sono le sue spalle a portare il fardello del tormento. Sono i corpi mozzati in una realtà dove l’amore decapita di Rita Denaro, Manichini.

2017-02-10 19.21.16

(Manichini, Rita Denaro)

Paesaggi che si fanno sfumati entrando, che ritraggono immergendoci in sospirate realtà rosso intense o appena accennate.

2017-02-10 19.51.40

(J.Scalzo)

Gli astratti simbolismi di un sentimento lasciato correre troppo in fretta, masticato e vomitato in fretta perché pieno di spine. Spine che non pungono subito ma accarezzano come luce che ci raccoglie intorno a uno straordinario viaggio fatto di artisti. Di persone che con l’amore hanno scommesso più di una partita. Ognuno con una voce sotterranea. Diversa.

2017-02-10 19.07.15

Un Rosso Valentino che accompagna con il suo velluto occhi stanchi e li fa riposare proprio dove il cuore con il suo incessante tum tum risiede. Al centro del petto. In questo caso al centro di Roma.

https://m.youtube.com/watch?v=B7V7s6NBIlE&feature=share