Mezzo cieco e mezzo sordo

La sveglia suonerà a breve. Potrei girarmi dall’altra parte e lasciarla fare e fingere che un altro giorno non sia arrivato.  Pensieri assurdi. Eppure sarebbe l’unica cosa da fare arrivati a questo punto. Mi gratto la schiena e mi alzo. Il dito raggiunge il pulsante per spegnere la suoneria. Rimane la luce del display del telefonino accesa. Per un minuto o forse più rischiara il cuscino. Poi di nuovo buio, una specie di tregua tra il giorno e la notte. I piedi nudi sul pavimento. Il tappeto non è mai al suo posto.

-Allora com’è andata la presentazione capo, siamo stati forti, vero?

-Direi che è andata bene.

-Quando cominciamo tutto il lavoro? Serviranno sicuramente altre due persone per definire i particolari, magari solo all’inizio.

-Ascolta…

-Qui sicuramente dovremo rivedere questa veste grafica, mi convince poco.

-Il lavoro è ben fatto, meglio di tante altre porcherie che circolano nel campo che si spacciano per cose originali.

– Come dici? Allora perché quella faccia?

-Augusto, non sei nel progetto. Hanno deciso che vogliono aspettare nel metterti nello staff. Sarà per la prossima volta.

-Forse non ho capito bene. Il mio orecchio…

-Dai non fare una tragedia, ci ritroviamo al pub stasera, vieni con noi?

-Mia moglie ha la palestra e devo stare con i bambini.

-Dai sarà per la prossima volta.

La caffettiera in cucina è sempre nello stesso posto. Lo scolapiatti. Il caffè nella dispensa. Accendo il fornello e la Bialetti sembra una piccola astronave pronta per decollare. Chiudo la porta del bagno facendo attenzione a non far scricchiolare la maniglia. Ogni giorno mi riprometto di sistemarla, perché così non assomiglierebbe a una grande bocca che mastica sassi. Ogni giorno, però, mi lascio distrarre da qualcos’altro di più urgente e la maniglia rimane lì, attaccata alla porta del bagno inseguita da mille lamentele. E’ una vecchia maniglia, di una porta altrettanto vecchia. Figlio unico, unico nipote ho ereditato tutto anche i ricordi più intimi di una casa che si è trasformata dai muri ai pavimenti, ma la porta del bagno è rimasta la stessa di quando ero bambino. Mi piace considerarla una sopravvissuta, sfuggita al controllo di voler cambiare tutto. Ma poi è così necessario cambiare? Le cose non potrebbero rimanere così e basta? Devo mettere solo un po’ d’olio e tutto andrà a posto. Tutto. Un tutto che comprende un’infinità di cose che sfuggono al mio controllo. Ma non c’è tempo la mattina e la sera sono troppo stanco. Possibile che non c’è mai tempo?

La luce sul lavabo si accende subito e mi lascio guardare dallo specchio, i capelli bianchi sono ormai visibili sulle tempie. Me li accarezzo come fossero un bambino appena nato. Non c’è molto da fare, la loro comparsa è inevitabile. L’occhio che non vede ha una patina bianca che spaventa l’altro. La palpebra lo nasconde per metà. Lo tocco, vorrei togliermelo, e poggiarlo sul lavandino, scaricarlo insieme all’acqua e dentifricio. Le mie mani non andrebbero mai così in profondità. Rimane lì, così come una biglia venuta male. Orbo da anni penzolo in un buio che agli altri appare bianco. Non posso strapparlo e lanciarlo lontano e non posso vedere.

Alzo la tavoletta del water e rimango lì a guardare quel fluido caldo che scende sulle pareti bianche. Sarei potuto rimanere in quella posizione, ma il caffè borbotta in cucina. Approfitto dell’ultimo premuroso borbottio per aprire la porta del bagno. Il rumore si confonde. L’odore distoglie l’attenzione. Non rimane che rimettersi le mutande a posto, lavarsi le mani e andare in cucina. Solo con la poca luce di una mattina d’autunno cercando di non inciampare in qualcosa di grosso. Mi serve una tazzina, la solita di ogni mattina da quindici anni a questa parte. Lo zucchero, tre biscotti e due noci già sbucciate. Per non far rumore o i bambini si potrebbero svegliare prima della madre.

-Morra-ci-ne-se

-Forbice. Ho vinto di nuovo Augusto.

Il nonno sorrideva spesso.

-Giochiamo ancora?

-Se vuoi, nonno.

Preferisco bere il caffè in piedi.  Guardare il cielo che riesco a vedere e non pensare a niente. Mio nonno negli ultimi anni della sua vita rimaneva le ore a guardare il cielo. Non so cosa ci trovasse perché io non vedevo niente di speciale. Una mattina di novembre nuvole grigie all’orizzonte si erano ammassate dietro le montagne. Le abbiamo guardate trasformarsi, diventare meno minacciose, ricoprire il cielo di uno strato grigio e quando si è messo a piovere, abbiamo abbassato le tapparelle e tirato le tende. Non c’era più niente da osservare. Il cielo era diventato altro. Mi ha preso la mano e mi ha portato in cucina a mangiare le noci. Sono arrivate le vacanze di natale e quando avevo imparato a rompere le noci anche con le mani, mio nonno se n’è andato. Avrei voluto che avesse una bara dove guardasse il cielo ma ormai il cielo lo aveva conquistato. Nonno quante cose mi hai raccontato che mi sembravano noiose? E quante cose possono venir in mente in pochi minuti, bevendo il caffè. Le montagne oggi non si vedono, coperte dal solito strato di foschia e smog. E’ un peccato quando il cielo è limpido, spuntano come aghi con la punta bianca tra i palazzi.

­-Se è maschio vorrei chiamarlo come mio nonno. Vincenzo.

-E’ femmina vedrai.

L’insonnia mi divora, si sistema tutte le notti tra il cuscino e i mei sensi di colpa. Se ne nutre come meglio può fare. Mi lascia questo strano intorpidimento di pensieri che al mattino si spostano sulle tempie, sarà per questo che ho già i capelli bianchi. Mio padre alla mia età non ne aveva. Ora guardare la sua testa bianca e stempiata mi fa tenerezza, ma quando ero piccolo quella montagna di capelli che ondulava quando mi sgridava, mi terrorizzava. Avevo visto un film tratto dalla mitologia greca. Medusa con i suoi serpenti mi era venuta a trovare quasi tutte le notti tra la terza e la quarta elementare. Immaginavo che la testa di mio padre si trasformasse in un ammasso di serpenti pronti a sputare veleno. Quante cose si immaginano da bambini. Mi piaceva dare un senso alle forme, animarle, farle diventare qualcosa che non esisteva nella realtà. Non raccontavo mai a nessuno cosa realmente vedevo tra i mucchi di foglie sotto gli alberi o tra la carta appallottolata nel cestino. Tanto nessuno mi avrebbe creduto. La mia capacità espressiva è rimasta un po’ così al limite tra quello che immagino e quello che vedo. Poi è arrivato l’incidente e il mondo è rimasto a metà. Se non mi sbrigo a stirare la camicia anche oggi farò tardi.

-Forbice nonno.

-Sasso Augusto. Più determinazione, studia il tuo avversario.

-Avversario? Tu sei mio nonno.

Dodici minuti e quarantasette secondi. Sono sveglio da così poco eppure sono già stanco. Ogni giorno corro per arrivare alla fermata. Per quanto possa uscire a orari diversi il bus si diverte a giocare con me. Giro l’angolo e lui è lì in fondo alla strada. Per quanto io possa correre non lo riesco mai a raggiungere. Lui si infila tra la gente ammassata sulla banchina e riparte prima che io abbia attraversato i due semafori. Arrivo sempre un momento dopo. Se riuscissi a prendere quell’autobus forse arriverei in tempo per la prima riunione del mattino. Forse riuscirei ad essere al momento giusto al posto giusto. Ma cosa dico? Io? Al momento giusto? Io che faccio tre giri di palazzo per parcheggiare la macchina per poi metterla a tre isolati di distanza e naturalmente, quando arrivo al portone trovo ben due posti liberi proprio sotto casa. Io al momento giusto? Bestemmie.  Io che non riuscivo a vincere un incontro neanche se mi allenavo di più. Non era la tecnica che mi mancava ma arrivato alla gara, era come se non mi interessasse di vincere o di perdere. Mi nascondevo nella bravura del mio avversario, se vinceva voleva solo dire che era più forte di me. Il mio allenatore mi spronava, mi lanciava sempre nuove sfide e io non le coglievo. Lasciavo che gli altri mi sorpassassero con facilità, senza dire niente. Poi quattro mesi di ospedale e l’unico posto dove volevo essere era la mia palestra. Quanti ricordi. L’odore di sudore, le docce, il vapore, i vestiti buttati sulle panche. O mi sbrigo o aggiusto la maniglia. Devo solo oliarla un po’. Non farò così tardi.

-Sono le 7.20, ti ho lasciato il caffè.

Sveglio mia moglie cercando di non fare un’infinità di cose ce la mattina potrebbero infastidirla.

-Sei di nuovo in ritardo.

Lei guarda di sfuggita l’ora sul comodino.

-Lo so. Ho messo l’olio alla maniglia della porta del bagno. Ora non farà più rumore.

Mia moglie dorme girata sempre dallo stesso lato. Verso il muro.

-Perché?

-Come, scusa? Beh… faceva sempre troppo rumore e ti lamentavi sempre che ti sveglia al mattino.

-Oggi vengono a cambiare la porta del bagno, ieri sera come sempre sei tornato tardi e non avevo voglia di discutere con te per tutte le cose vecchie che vengono sostituite in questa casa.

-Cambiare?

-Oggi poi i bambini non vanno a scuola. E io potevo dormire.

Rimango con l’odore di caffè addosso. La camicia non stirata e le mani ancora un po’ unte. L’orecchio non ha registrato ancora tutte le informazioni, ma aver oliato la maniglia del bagno non ha fermato il tempo. Tutto cambia. Anche mio nonno si era arreso all’evidenza di vedermi crescere. Non abbiamo più giocato a morra cinese dopo l’incidente. Tutto era diverso. Anche adesso. Io vengo solo spostato un gradino più in basso.

-Allora io vado. Avrei voluto…

Mia moglie si gira. La discussione è finita. Il caffè ora sarà così freddo che lo butterà nel lavandino.

-Cerca di tornare presto stasera che mi serve la macchina.

Una voce tra le lenzuola spunta e arriva all’orecchio sano.

-La macchina?

-Oggi c’è sciopero dei mezzi.

Chiudo l’occhio sano e lascio aperto quello che vede solo ombre. L’orecchio fasullo fischia, mi sembra di risentire la musica della sveglia. Mi sembra. E’ solo un impressione che svanisce mentre mi alzo. Mi tocco il collo perché ad un tratto mi sento troppo leggero. Pensavo di aver perso anche la testa, rotolata via. Inghiottita da qualche incubo fatto da chissà chi.

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