Il tempo gran bella fregatura

Gianfranchino la domenica metteva una vecchia camicia degli anni ‘60. Una di quelle a colori vistosi e con il colletto a punta. Si rimirava allo specchio come se avesse messo un completo di un grande stilista. Stringeva la cinta dei pantaloni mezza sbilenca e se ne andava a passeggio. D’estate e d’inverno con la stessa camicia. Non importava se gli altri non la vedessero nascosta sotto il cappotto o sotto la giacca. A lui interessava solo indossarla.

Prendeva un caffè al parco seduto ai tavolini sotto il porticato. Lo girava e rigirava anche se non metteva mai lo zucchero. Il rumore del cucchiaino contro la tazzina lo riportava al film della sua vita. All’incontro con Rosalba, al mare a Capri, alle grotte blu. Al profumo dei limoni e alla neve sul Tonale. Tutti veniva mischiato in quel caffè lungo un paio d’ore. Il barista lo sapevo e gli lasciava il suo tavolino sempre libero.

Gianfranchino si sedeva sempre nella stessa posizione, sulla stessa sedia. Faceva la riverenza alla cameriera ma invece era solo un movimento tutto suo per mettere a posto la gamba ormai piena di artrite sotto il tavolo. Malattia che lo aveva sottoposto a lunghe e costose cure. Niente aveva funzionato. I bagni termali, i fanghi, le pasticche, la ginnastica. La gamba era il suo tallone d’Achille e anche quello era messo male per via della gotta.

Doveva portare delle ciabattine con un plantare che non gli facesse vedere tutte le stelle del firmamento e pure di quello accanto. Credeva nell’esistenza di più mondi paralleli e lui era finito in quello solo perché aveva scelto la porta sbagliata. I suoi amici non aveva tutti quegli acciacchi e avevano pure una moglie. Ci rideva su, ma il più delle volte faceva a pezzi il giornale per sfogare la rabbia della sua personale ingiustizia.

Al ritorno dalla sua solita passeggiata gli sembrò di scivolare, maledisse tutti i santi in svariate lingue. Nessuna era appropriata, poteva cadere, rompersi il femore e poi chi gli avrebbe portato la camicia a colori sgargianti la domenica in ospedale?

La panchina in fondo al viale era un posto sicuro dove ispezionare la ciabattina. Ormai quanti anni erano che le portava?

Avevano la suola liscia e un buco proprio al centro. Avrebbero potuto rompersi ma Gianfranchino di comprare un paio di ciabatte nuove proprio non ne aveva voglia, poi era arrivata la bella stagione. Le ciabatte avrebbero retta ancora e ancora. Per un buchino e una suola liscia?

Rischiò di cadere ben tre volte per tutta l’estate. Faceva il parco guardando dove camminava, i sassolini piccoli si infilavano nel buco e gli procuravano delle piccole escoriazioni.

Rimandava l’acquisto perché non aveva proprio voglia di separarsi dalle ciabatte nere morbide come un guanto. Ormai slittava anche sulla rampa di casa che collegava le scale al portone. Aveva fatto ruzzolare due pomodori, un cespo di insalata e i cetrioli una mattina. La pia donna di Marisa tutta forcine e bigodini era giunta in suo soccorso.

– Generale forse è il caso che prende un bastone, sa non siamo più di primo pelo?

– A lei, buongiorno.

Prese le verdure per il pranzo e tornato a casa cercò una soluzione. Quella di ricomprare le ciabatte non fu proprio considerata. Il primo temporale estivo e la ciabattina scivolò come una canoa sul pelo d’acqua. Diede una di quelle sederate e imprecò tutti i santi del calendario dal primo Gennaio al trentuno Dicembre e tornò indietro. Per fortuna niente di rotto. Il buco nella suola era diventato uno strappo e ogni volta che piegava il piede si allungava di un po’.

– Generale visto che tempo?

– Buongiorno a lei. Va da qualche parte Marisa?

– Viene mio figlio domenica. Vorrei essere in ordine.

– Ma oggi è Lunedì.

– Bisogna stare preparati e a proposito avevo queste in casa magari possono esserle utili.

Gli mise in mano un paio di ciabatte che portavano quei delinquenti alla stazione con i pantaloni a vita bassa dove praticamente c’era solo l’orlo delle mutande a essere riconoscibile. Quelle cose non se la sarebbe mai messe. Le provò per scartare definitivamente l’idea di uscire con quelle cose, infatti non riusciva neanche a camminare, sembrava una papera sulla ghiaia.

Doveva comprare un paio di ciabatte nuove, uguali a quelle che portava. Il negozio dove le aveva acquistate tempo prima non c’era più, si rivolse a un altro commerciante ma niente, quelle ciabatte, quel modello erano introvabili. Doveva assolutamente trovare una soluzione e più il tempo passava più non riusciva a uscire e quando lo faceva era una tortura. Le ciabatte vecchie erano troppo rotte, camminava con un piede sull’asfalto bollente o sul terriccio del parco. Ogni giorno si diceva che avrebbe trovato un modo e ogni giorno passava. L’autunno era ormai un dato di fatto, le foglie a terra potevano farlo scivolare in ogni momento. Provò di nuovo quelle orrende cose gialle psichedeliche della signora Marisa ma sembrava un pinguino spiaggiato. Passarono ancora giorni, la soluzione era provare altre scarpe. Quelle chiuse erano una tortura, faceva ancora caldo, doveva trovare quel modello di ciabatta.

Chiese in giro e trovò qualcosa che assomigliava al guanto che lo aveva servito per quasi dieci anni. Erano costose, così si recò ogni mattina davanti alla vetrina non decidendosi mai. Doveva solo entrare e comprarle ma tutte le volte trovava qualche difetto. Perché quelle vecchie si erano rotte? Perché le cose non duravano in eterno?

Quella domenica mentre riponeva la camicia nell’armadio, la ciabatta perse aderenza, lui si aggrappò alla stampella ma l’ultimo strappo ne decretò la fine inesorabile. Mise del silicone, nastro adesivo e colla. Le guardò a lungo sul tappetino della camera da letto. Sembravano un soldato dopo la guerra in trincea. Ormai erano da buttare. Il giorno dopo sarebbe andato in quel negozio e avrebbe acquistato delle nuove ciabatte. Non poteva fare altrimenti. Mise la sveglia alle sei e ripeté che sarebbe stata l’ultima volta che le avrebbe indossate. Avrebbero retto fino al negozio, avrebbe provato le altre e sarebbe uscito facendo la conoscenza di un nuovo paio di ciabatte. Quelle vecchie le avrebbe riposte nella stanza dei ricordi insieme a quelle che aveva usato nel Salento per quanti anni? Non lo ricordava, meglio così. Quando la mattina si svegliò aprì la finestra, la strada era ricoperta di un sottile strato bianco. L’inverno era ormai arrivato. Aveva come sempre aspettato troppo.

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