Respiri fragili come vetri

Era ad un passo, ad un semplice dannato passo. Aveva investito tutto. Ogni singola energia del proprio corpo. Mancava un respiro. Un semplice innocente respiro del destino. E avrebbe avuto la sua bolla da dove guardare il mondo. Mancava poco, pochissimo, ma aveva commesso un errore. Si era rilassato, aveva sciolto la tensione, invece di tenere l’apnea. Doveva stringere i denti ancora per poco, non pensare al traguardo, doveva far finta di aver ancora davanti a sé venti o trenta chilometri, invece di essere a un solo centimetro dalle stelle. Un solo dannato centimetro. E in quell’unico piccolo spazio di tempo si era ritenuto fortunato perché non aveva permesso alla sua testa di mollare durante tutto il tragitto. Aveva dato lacrime, sorrisi, testate al muro. Aveva ingerito le critiche. Ci credeva ma quel maledetto centimetro prima di toccare l’altra sponda, l’aveva confuso. Aveva aperto le mani ancor prima di veder scendere la sua stella cadente.
Era davvero possibile inciampare a un centimetro dal traguardo?
Si era fatto scagliare dalle speranze in uno spazio fatto di sacrifici e sogni. Si era affidato alle sue preghiere, al digiuno, ai suoi mantra. A tutto quello che conosceva, ma tutto era ancora lì. A un centimetro. Un dannato centimetro di illusioni a forma di bolla. Si era rilassato, aveva solo respirato un attimo più a lungo. Solo un impercettibile attimo di più. Ed era bastato a rompere la bolla e a precipitare.
A cosa era valsa tutta la strada fatta?

 

Dipinto di Lorenzo AmadoriIl silenzio del respiro ( olio su tela 80 per 60 anno: 2007)

 

Sentire, volere, amare

-Lo senti?

-Perché dovrei sentire qualcosa?

-Sì, proprio qua.

-Ma io non sento niente.

-Dammi la mano.

-E ora? Qui, proprio qui.

-No Aria, no.

-Come è possibile? Io lo sento, è proprio in questo punto ma forse…

-Forse te lo sei immaginato.

-Mi capita spesso. A te non succede mai?

-Quando sono a scuola, vorrei essere qui con te.

-Davvero?

-Mi piace questo nostro posto, ci siamo solo noi due.

-Andrà tutto bene Fra’?

-Perché me lo chiedi sempre?

-Ho paura.

-Hai parlato con tua madre?

-Non ancora, non so come reagirà, lavora tutto il giorno e io sono così piccola. Non capirà. Lo so, non mi ascolta più. Una volta eravamo sempre insieme, lei…

-Lei?

-Lei mi raccontava le favole e mi comprava le figurine tornando dal lavoro. Poi ha smesso oppure sono io che non mostravo più nessun interesse.

-E’ normale. Ormai sei una ragazzina.

-E tu l’uomo?

-Spero non come mio padre, voglio essere diverso.

-Diverso come?

-Non lo so però diverso.

-E il motorino poi?

-Il prossimo anno.

-Ma il prossimo anno, non ci servirà un motorino. Avremo bisogno di una macchina.

-Devo prendere la patente prima.

-Senti qua.

-Dove?

-Proprio qui, dammi la mano. Lo senti?

-No.

-Come lo chiameremo?

-Ce lo toglieranno.

-Se è femmina ho scelto Libertà.

-Ma non è un nome.

– Già la immagino mentre sgambetta sul prato.

-Io non lo so se sono pronto.

-Io sì e basterà per tutti e due.

-Senti qua.

-Sì, ora la sento.

 

 

 

I volti girati

Ci si abitua a dipingere i volti degli altri e non a fare figli. Quelli mi erano preclusi. Non c’era nessuna formula chimica o alchimica che mi permettesse di averli. Il mio corpo li rifiutava. Non ero un nido sicuro. Arrivava il pensiero, ma era subito scalzato da una nuova sconfitta. Una solo riga sul test di gravidanza.  Era tutto a posto, mi continuavano a ripetere medici, assistenti, anche la portinaia, eppure qualcosa dentro al mio corpo diceva no. Una piccola imperfezione? Una trincea che segnava gli anni che rimanevano da passare in solitudine? Non riuscivo a capire.

–Signora è tutto a posto.

Un mantra che si ripeteva da oltre vent’anni. I figli non erano arrivati. I figli non sarebbero mai arrivati.

–Hai il tuo lavoro di maestra, i bambini sono sempre con te, ti adorano.

Perché essere una maestra significa forse allevare i figli degli altri? Metterli a letto, raccontargli le favole, permettere loro di uscire dal tuo corpo? O solo insegnarli a leggere e scrivere?  Per le mie colleghe c’era qualcosa di naturale nel mio lavoro. Qualcosa che avrebbe tolto qualsiasi mancanza presente e futura.

–Hai i tuoi bambini in classe. Sei fortunata.

Alunni indisciplinati figli di genitori prepotenti che masticavano la gomma e sputavano in terra. Erano quelli i miei bambini? Ecco perché non ne partorivo uno, la mia pancia si rifiutava di essere partecipe a quel teatrino. Ma non erano tutti così i bambini.  Entravo spesso nei negozi per neonati. Annusavo le tutine, i ciucchi aperti in esposizione, guardavo le pance. Quell’enorme fardello da portare per nove mesi. Quel camminare a papera. I piedi gonfi, i vestiti come lenzuola piegate. Le guardavo, le osservavo e quando uscivo dal negozio, mangiavo. La mia pancia era sempre vuota ma in qualche modo la riempivo. Di frustrazione, immagini, volti tirati dagli ormoni e di un futuro che era solo nella mia testa. Oltre lo zucchero, naturalmente. I kili si erano accumulati proprio dove non dovevano. La pancia era flaccida ma rotonda. La accarezzavo di nascosto quando la pregavo di non far arrivare il ciclo. La accarezzavo come si sfiora una fiera affamata. Si gira e ti morde. Ha fame, non ha nessuna pietà.

-Signora posso aiutarla?

-No, non è per me. Mia nipote sa…

– Capisco le faccio vedere la nuova collezione, sa quado nascerà?

Mai. Non ho nessuna nipote. Alfredo non lo sa delle mie escursione in questi negozi. Non è mai andato in soffitta a rovistare negli scatoloni. O forse non ha mai detto niente. Non dice più niente. Se ne sta al lavoro e poi in poltrona. Dorme e ricomincia il suo ciclo. Parla a monosillabi. Un giorno uscirà dalla porta di casa e tornerà con un bambino confezionato. Già fatto. Pronto per essere cresciuto, amato, vestito. Un giorno sono sicura lo farà e finirà questo nostro essere distanti. Una distanza che si tramuta in opacità, in una nebbia fitta di sentimenti che si disperdono giorno dopo giorno. Non ci possiamo fare niente e eppure la cosa più naturale del mondo ci è stata negata, finendo così per essere la così più odiata e desiderata allo stesso tempo. Fa male sperare, è un uncino che si conficca sempre dallo stesso lato, lo sopporti per tutto il periodo dell’illusione e poi si conficca sempre più in profondità nella carne. Sempre più. Fino ad arrivare al cuore. Ed è solo il primo passo nello spazio colloso, dove galleggiare. Quello che volevi riempire, ma che è nascosto anche ai tuoi stessi pensieri. E’ un tempo vuoto, cieco, senza colore. E rimani in attesa di un miracolo.

-Vedrai se non ci pensi arrivano due e tre bambini insieme.

Sarà che il mio pensiero è stato sempre lì, alla pancia, al semino, al bambino che non ho mai permesso al mio cervello di andare in vacanza. Ero sempre negli stessi negozi. Compravo le tutine ogni volta che il ritardo del ciclo era di due settimane. Le sceglievo colorate. Ne ho solo due rosa. Una con dei fiocchetti e l’altra di morbida ciniglia con gli orsetti Sono le mie due preferite.  Anna e Gaia. Ogni mio figlio per quanto breve è stata la sua esistenza nei miei pensieri, ha un nome. Ma non sono sicura neanche che ci fosse un figlio, speravo di essere incinta per addolcire la società che mi voleva madre a tutti i costi.

– Proviamo con un ciclo di ormoni.

Aspettavo prima di fare il test, mi dicevo domani. Volevo vivere quei giorni come unici. Sentire tutte le sensazioni amplificate di un futuro da inseguire. A test fatto, arrivava il ciclo. Di Gaia le due lineette erano rosa deboli, ma non so perché il ciclo il giorno dopo aveva spazzato tutto. Nessuno però ha visto quelle due lineette, solo io. Ho pianto per mesi. Piangevo per una bambina costruita nella mia testa. Era la stessa che vedevo allo specchio la mattina prima di andare a scuola. Ero io che ritornavo nella mia pancia.

-Se è destino arriveranno.

E se non lo è? O si impazzisce o si finisce per rassegnarsi. E non si convogliano le energie in qualcos’altro. Quelle si esauriscono come i sogni, bolle di sapone trasparenti, delicate che al sole scoppiano. All’improvviso, proprio quando ne hai assaporato la bellezza. Non c’è modo di recuperarle. Rimane il ricordo amaro di qualcosa che non hai saputo trattenere, o cogliere. Neanche se intingi i pennelli nel rosso più brillante per dipingere sorrisi. La vita sfuma. I volti si girano dentro alla tela e rimani con un pennello sporco di colore.

La croce

Non c’era immagine che la rispecchiasse. Era nuda con indosso il suo cappotto di sogni e ricordi. Ma erano diventate molte di più le cose da tenere a mente che quelle da desiderare davvero. E si era fermata. Davanti allo specchio guardandosi ogni singola ruga segnare il viso. Non serviva contarle, ne aveva sempre una in più. Non servivano neanche creme o intrugli magici, la morte avrebbe disteso anche la più piccola imperfezione del viso. Eppure non la spaventava morire. La terrorizzava non essere ricordata, aver sprecato una vita dietro a ideali fasulli e bacati. Dietro persone che non la meritavano, ma che lei si ostinava a voler convertire. Non era credente, non andava in chiesa, portava con sé un sacchetto di pazienza e amore da distribuire. Come fossero caramelle per i meno buoni. Erano tutti bravi a curare le persone sane. Lei voleva cambiare il mondo, dispensare bontà e rassegnazione come unici strumenti per la pace. Voleva lasciare una traccia della sua esistenza. Ma non era più sicura di niente. La gente l’aveva derisa e tradita. Le era rimasta una croce da appendere al collo e sacchetti di lavanda da sistemare nel primo cassetto del comò. Lo specchio intanto, si era risucchiato la sua immagine trasformandola in un’ombra lunga. Non restava che spegnere la luce e restare ad occhi aperti ingoiando il buio intorno.

Destino ubriaco

Conoscevo quella risata. Saturava l’aria come il profumo del basilico d’estate, anche se i nostri occhi erano distanti e distratti.
Sentivo solo la tua voce nella sala. Mi lasciavi troppo spesso in attesa delle tue labbra e io chiedevo al giorno di durare sempre meno.
Avevo bisogno della tua notte. Inebriava le ore. Eri così vicina. Talmente vicina.
Anche il mio sorriso si è spalancato, vedendo il tuo riflesso nel bicchiere. La tua risata è diventata un respiro. Unico con il mio.
-Ciao.
La tua voce era calda, mi ricordava le nostre mani nella sabbia.
Ho fatto ondeggiare il vino rosso nel calice e il tuo riflesso è scomparso. Destino già ubriaco.