Quattro chiacchiere con Patrizia Alice Ferranti

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Oggi ho il piacere di ospitare nel mio salotto Patrizia Alice Ferranti. Scrive usando pennelli e ha colori al posto delle parole. In occasione della Mostra d’Arte Contemporanea che si inaugurerà venerdì 3 Giugno al Teatro del Lido Di Ostia- via delle Sirene, 22- Roma, ho voluto che si raccontasse un po’, mostrando questo grande universo che ha dentro e che esprime con le sue tele. 

Samantha: Benvenuta in questo piccolo spazio.

Patrizia: Grazie a te dell’accoglienza.

S: Patrizia donna, pittrice, artista poliedrica e…?

P: … e sempre pronta ad imparare nuove cose, tecniche, sperimentare, con curiosità infinita.

S: Se dovessi scegliere una favola che ti racconti quale sceglieresti?

P: Se dovessi scegliere tra quelle esistenti avrei difficoltà.  Alice nel paese delle meraviglie, in quanto spesso vivo in un mondo di fantasia, con la testa tra le nuvole dove la “magia” ha una parte importante, ma anche l’essere curiosi,  sinceri e se stessi  non ha meno importanza dell’aspetto magico.  C’è anche Aladino e i 40 ladroni. Volare su un tappeto in difesa della verità, combattere per le cose giuste. Infine e non perché sia l’ultima cosa, Mulan della disney, una favola moderna ambientata nell’antica Cina, con tutte le sue regole e tradizioni, dove una ragazza “combinaguai” si infila tra i guerrieri e combatte.

S: Che messaggio ha per te?

P: Un messaggio importante. L’essere vivi è una continua lotta contro le ingiustizie, i predatori, i prevaricatori, i furbi. Ci si alza la mattina e si inizia a lottare.

S: L’ultima cosa che pensi prima di addormentarti?

P: Penso che alla fine qualcosa di buono esiste. Riesco a dormire tranquilla perché non ho fatto male a nessuno, questo è importante.

S:  Per uno scrittore c’è un momento particolare in cui si condensa l’ispirazione. Può essere una musica, un ricordo, una sensazione. Come nasce in te l’ispirazione?

P: Le mie ispirazioni possono essere infinite, un odore, una canzone, un tema ecc… La mia più grande fonte di ispirazione ormai da anni sono le canzoni di Gianna Nannini, con le quali mi lascio trasportare in un mondo magico fino a riportare le mie emozioni sulla tela.

S: Ti sei mai bloccata davanti a una tela bianca?

P: La tela bianca… Bella nuova che aspetta solo me. Io sono il suo amore e lei il mio. Quando inizio un lavoro mi siedo davanti a lei, mi alzo, la guardo, mi allontano per vederla meglio, la accarezzo con gli occhi chiusi, cerco di prendere l’energia del bianco, di catturare la sua luce. Questo momento può durare molto o poco, non importa è un momento nostro, mio e suo, suo e mio, fino a quando si apre il cielo e con la matita inizio a disegnare.

S: Qual è il tuo rapporto con i tuoi quadri?

P: Un rapporto speciale con tutti, ne sono gelosa. Li amo, mi ricordano il momento in cui li ho realizzati riportando a galla emozioni vissute. Un quadro per me è come un figlio e venderlo è sempre un dolore, ma anche una necessità di vita, ma nonostante prenda dei soldi in cambio, non li darei mai a persone che non mi danno fiducia. Per i miei figli esigo delle baby sitter affidabili che li amino come li amo io.

S: Il primo amore non si scorda mai, è stato così anche per la tua prima mostra?

P: Si, la mia prima mostra. Avevo vergogna, mi sembrava che gli altri fossero sempre migliori di me, che le mie creazioni non fossero mai all’altezza. Oggi dopo 40 anni mi emoziono ancora quando devo fare una mostra, non sono riuscita mai a vantarmi delle mie creature. Ogni volta che termino qualcosa mi dico sempre che poteva essere meglio, ma che meglio di così non è nelle mie capacità. Mi ripeto che ho dato tutto quello che avevo… ma non mi accontento.

S: Il tuo primissimo capolavoro lo conservi ancora?

P: NO.

S: Lo hai scritto a caratteri maiuscoli quindi quel NO ha un significato profondo.

P: Da bambina avevo la mania di fare e disfare, modificare. Il mio primo quadro ad olio non ce l’ho. Lo feci appositamente come regalo ad una coppia alla quale tenevo molto. Per questo dico sempre ai miei allievi che il loro primo quadro non dovrebbero mi regalarlo, dovrebbe essere loro per tutta la vita.

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S: Il tuo colore preferito?

P: Diciamo che amo tutti colori tranne il lilla, glicine e violetti tenui, nonché il nero, mentre il  preferito va a periodi ora è il momento del viola rossastro scuro o tendente al fuxia.

S: Un difetto del tuo carattere?

P: Uno dei tanti?

S: Sapessi quanti ne ho io…

P: Non amo le imposizioni, le richieste imperative, mi fanno risvegliar immediatamente l’animo guerriero.

S: Patrizia e l’amore. E’ un cuore rosso o una sfumatura diversa?

P: Il rosso è spesso associato all’amore in quanto colore caldo, bollente come la passione, ma credo che il mio amore sia un arcobaleno pieno di luce, ombra, caldo e freddo. E il tuo?

S: Una volta scrissi un racconto e per dare una sfumatura all’amore scelsi un cuore con mille righe rosse su sfondo bianco. Ci metto sempre il bianco nelle mie cose. 

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S: Una citazione che hai nel cuore.

P: La mia citazione proviene da una canzone di Gianna Nannini  dal titolo BELLATRIX


“Per te stella guerriera luciderò la spada e l’armatura”

Ne ho fatto il mio mantra, nei momenti difficili me la ripeto all’infinito. Patrizia lucida la spada e l’armatura e tieniti pronta a combattere. La vita è una battaglia, a volte si vince a volte si perde, i momenti bui sono quelli dove dopo aver lottato e combattuto si inizia a vedere la luce, luce che mi guida e mi porta lontano.

S: Un libro che ti ha emozionato o un film.

P: Non amo letture impegnate, né vedere la televisione, ma mi emoziono facilmente, nelle rare occasioni in cui vedo qualcosa se mi emoziona una frase, una scena, comincio a sognare.

S: Preferisci il giorno o la notte?

P: Preferisco di certo il giorno, dove si distinguono la luce, le forme. La notte scura che avvolge tutto con il mantello buio, nascondendo con contorni indefiniti le forme che sembrano diverse da quelle che in realtà sono, non mi piace, ma non mi spaventa.

S: I tuoi progetti.

P: Progetti. Io dico sempre che ho un castello, perché il mio sogno è talmente immenso che in un cassetto non ci entra. Lo descrivo in due parole altrimenti mi ci vorrebbe un romanzo intero: il mio amore e la mia passione per Gianna Nannini, la sua grinta graffiante e le sue canzoni. Emozioni sono per me forte ispirazione che mi  hanno portato a realizzare 44 opere tra quadri e pannelli in legno lavorati con vetro, specchio , rame ecc.. e con le quali ho allestito due mostre personali, curate da me in tutto. Il mio sogno è quello di realizzare una terza mostra (non c’è 2 senza 3) alla quale Lei, la mia ispirazione, sia presente anche per un tempo brevissimo. Ma questo rimane un sogno per il momento, nella mia realtà invece ci sono i miei allievi, in maggioranza bambini dai  4 anni in su, i miei figli artistici come li definisco io, loro sono la mia soddisfazione. Mi piace stare con loro ammirarli mentre pasticciano, che poi non pasticciano mai, riescono a far uscire da quelle manine dei piccoli capolavori, a volte dai contorni sfocati, ma con colori puliti e vivi come solo i bambini sanno fare.

S: Grazie Patrizia, mi sono emozionata a sentire quando racconti della tua arte. Del tuo rapporto con gli allievi. Sei una maestra in gamba e seguiremo il tuo sogno. In bocca al lupo. 

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Paola Catozza poetessa e giovane donna

Paola Catozza è una giovane autrice che si avvicina alla poesia con “passo adolescenziale” ma non per questo meno efficace. Si pensa sempre alla connotazione negativa dell’adolescenza. L’eccessiva irruenza, i venti di guerra che trincerano i figli lontani dai genitori per un tempo non quantificabile. Paola vuole immergersi invece nella sua adolescenza dipingendola con parole che uniscono la poesia a pensieri liberi di frugare dentro l’anima. Paola non rinuncia a ballare perché non è capace.  La poesia scandaglia i legami ancora molto in divenire ma l’autrice ne vuole dare un chiaro messaggio che non cambierà per tutta la silloge dal titolo Riflessa in una goccia d’acqua-Les Flaneurs edizioni. Ci sono cose che mutano anche l’amore si trasforma ma i nodi dei legami rimangono.

Il presente viene calcato come una matita sul foglio. Nella poesia Io, tu, noi l’atmosfera si immerge in una magia declinata al Tu.

Tu, tu che stai con me.

Tu che ami me.

Tu che hai speranza in me, tu.

 

Samantha: Sotto l’effetto di questi versi vorrei che fosse proprio Paola a raccontarci del suo modo di fare poesia. Benvenuta nel salottino di Ti aspetto. La prima domanda è sicuramente “Chi è Paola”? Chi tipo di ragazza è? C’è un tipo di donna a cui vorrebbe assomigliare?

Paola: Grazie Samantha per ospitarmi nel tuo blog. Dunque, sono una ragazza di diciannove anni, studentessa universitaria e appassionata di libri, scrittura e grafica. Sono una persona timida e molto autocritica, pignola e insicura, ma anche forte. Non ho una donna a cui vorrei assomigliare.

Positiva

S:Nella tua poesia c’è ad un certo punto l’incertezza dei pensieri, nonostante un presente sempre declinato con ostentazione. Quasi la poesia si trasformasse in pensieri che non sfuggono, non rimangono. Per te cosa significa scrivere? L’adolescenza ha influenzato la poesia o il contrario?

P: Per me scrivere è vita. Anche se si scrivono poche frasi, poche righe, penso sia meraviglia. Non serve essere scrittori di grandi libri per considerare la scrittura una vera e propria forma di vita. Essa aiuta ad esprimersi quando la timidezza ci blocca, aiuta a stare meglio, è liberatoria, consolatoria, di compagnia. Penso sia l’adolescenza che abbia influenzato la mia poesia: d’altro canto le mie poesie sono il frutto delle emozioni che ho provato in quel periodo.

S: Anche il sogno è riferito al presente. Sognare è sperare. Dream is not wrong. La vita ha un sapore nuovo in fondo nella poesia di Paola è il germoglio appena sbocciato che tenta di crescere.  In alcune poesie si legge qualche frase in una lingua inglese. Accostamento originale, cosa ti ha spinto ad evidenziare quelle parole in una lingua straniera?

P: Vero, in alcune poesie c’è qualche frase scritta in inglese. Ciò che mi ha spinta ad utilizzare una lingua diversa per determinati versi è proprio la voglia di dare un maggiore interesse a quelle frasi grazie ad un’altra lingua, in questo caso l’inglese. Poi, comunque, a me piace concatenare e fare un mix tra le lingue, purché ci sia una logicità nel farlo.

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S: Certamente. La cosa che mi ha colpito è stata la trasformazione. Amore è scegliere e tu, Paola scegli.  E la prima parte della silloge si trasforma in una seconda parte dal contenuto diverso. Nella poesia Perdermi si ha la sensazione o la dimensione del tuo amore. Perdersi come parte di un sentimento ancora da vivere. Secondo te cosa è realmente l’amore? Qualcosa da inseguire, qualcosa di così effimero che può sfuggire?

P: Sì, la poesia “Perdermi” riguarda l’amore. Secondo me l’Amore è un sentimento senza la quale non si potrebbe vivere. Abbiamo bisogno di essere amati e di amare. E’ qualcosa di grande, che può però diventare una effimera illusione: delle volte si crede di amare qualcuno anche quando in realtà non è amore ciò che si prova. Dipende comunque dal contesto: l’amore è qualcosa da inseguire, ma fino ad un certo punto, perché è pur sempre qualcosa che nasce piano piano per qualcuno. Capita anche quando meno te lo aspetti.

S: La seconda parte della silloge travolge tutto con un punto di vista nuovo. Mina un po’ il presente forte della prima parte. Gli amore sono capovolti, sentimenti negativi che si alternano a speranza e fiducia per poi ricapitolare.  “Il colore del dolore e quello dell’amore” si scontrano con la parola temere. Cosa temi di più? La poesia ti ha aiutato ad uscir dal tuo guscio?

P: Ci sono tante paure, sai? Temo di non essere amata come spero, di non riuscire a fare qualcosa nella vita, di non essere abbastanza. Ma non voglio permettere alle paure di limitarmi nella vita e questa “forza” di andare oltre alla paura deriva anche grazie alla poesia, alla scrittura in generale.

S: Nella poesia Sapore scandisci un elenco di cose semplici come i versi che si rincorrono. Non ci sono orpelli, ricerche di fonemi, involute dal significato offuscato. Tutto è immediato. Una poesia asciutta. Qual è il sapore della tua infanzia?

P: La mia infanzia ha il sapore di felicità, di amore, ma anche di tristezza. Amore e felicità grazie alla mia famiglia, tristezza dovuta, invece, al corpo che cambia, al peso, al bullismo.

S: Cosa rappresenta per te il Professor ingiustizia?

P: Professor Ingiustizia non è altro che la rappresentazione di ciò che un professore è stato: ingiusto sempre, a volte proprio poco “dolce” con le parole.

S: Cosa sogna Paola?

Bella domanda. Ho un cassetto pieno di sogni. Sogno di continuare ad essere felice, di laurearmi, di lavorare, di fare una famiglia, di continuare a scrivere. Sogno di fare qualcosa che amo, di non fallire, di viaggiare.

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S: La silloge si conclude con un ritorno all’amore. Lo stesso che ci ha animato e tenuto al sole. La nebbia si è attenuata. L’altalena di emozioni e versi si è dipanata. La poesia diventa una nave che viaggia sicura e anche per la giovane età di Paola si evidenzia una rotta precisa. Rotta sicuramente verso altri progetti.  Quale poesia in tutta la raccolta è Paola?

P: Riflessa in una goccia d’acqua è Paola. Tutte le poesie sono Paola.

 

 

Riflessa in una goccia d’acqua è l’anima mia,

riflessa e anche bagnata

di lacrime salate. Guardo avanti e immagino il futuro,

triste e leggera

m’immergo nei pensieri.

Non vedo nulla,

se non ingiustizia, tristezza

e omertà.

Vorrei gioia, amore e felicità.

Non ho futuro, lavoro non c’è;

a scuola studio e

l’aria ha portato meritocrazia con sé.

Riflessa in una goccia d’acqua

io spero e vivo;

guardo il cielo e la terra,

le bianche nuvole

e l’universo.

L’anima mia è

riflessa in una goccia d’acqua

di sogni e libertà.

S: Io ti ringrazio per averci parlato della tua poesia e di esserti scoperta un po’.

P: grazie a te dell’ospitalità.

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Link di acquisto:

Riflessa in una goccia d’acqua

Pagine: 83

Prezzo: 0.99 euro (ebook)

Editore: Les Flaneurs edizioni

Data di pubblicazione: 21-10-2015

Kobo: https://store.kobobooks.com/it-it/ebook/riflessa-in-una-goccia-d-acqua

 

 

 

 

 

Quattro chiacchiere con Yasodhara Leandri

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Yasodhara, il nome ci riporta ad antiche leggende indiane ma non sono qui per riportare a galla storie di principesse perso nel tempo o forse si?Colei che porta un nome così affascinante è l’autrice del libro La Custode, La Ruota Edizioni.

Samantha: Benvenuta nel salotto di Ti aspetto. Sono contenta di averti qui e visto che sei emozionata passiamo subito a qualcosa che dà spazio all’immaginazione. Quando si è piccoli spesso, già a cinque anni spesso si sogna il proprio futuro, pensavi già di diventare scrittrice?

Yasodhara: Prima di tutto ti ringrazio per avermi dato quest’opportunità. Ancora non mi è chiaro come sia  successo che qualcuno voglia intervistarmi, ma ne sono felice. Per rispondere alla tua domanda: forse scrittrice no, in verità ancora devo abituarmi ad essere definita come tale. Fin da piccola ho sempre amato raccontare storie, che lo facessi con eserciti di peluche o che ne fossi io stessa la protagonista, la mia mente ha sempre viaggiato con la fantasia. La passione per la scrittura è arrivata dopo, le storie che avevo in testa penso di aver iniziato a tramutarle in parole all’incirca quano avevo undici o dodici anni.

S: Cosa ti piace delle parole? Il suono o quello che possono comunicare o altro?

Y: Le parole trovano sempre un modo per stupirmi, che si tratti delle mie o di quelle di qualcun altro. Soprattutto quando dicono la verità, quando ti dicono qualcosa che senza nemmeno rendertene conto già sapevi ed ora eccolo lì, per iscritto, vero. Penso sia questo che succede quando leggo, mi chiarisco le idee o ne faccio nascere molte altre.

S: Qual è la frase che ti accompagna sempre?

Y: La frase a cui subito mi viene da pensare è non arrenderti mai, provaci sempre. Una frase invece, un concetto che mi accompagna da tempo è ama incondizionatamente.

S: Il libro che più hai amato e che consiglieresti agli studenti di adesso?

Y: Non è il libro che più ho amato ma la saga che più ho amato, ovvero quella di Harry Potter. JK Rowling mi ha iniziata alla lettura, mi ha accompagnata dall’infanzia all’adolescenza, e anche ora i suoi libri continuano ad avere una grande influenza su di me. Dunque sì chiunque non li abbia ancora letti deve farlo adesso. Se anche tu non l’hai ancora fatto interrompi subito le domande e corri a leggere!

S: Letta tutta. Ormai da adulta, ma sempre emozionante.

Y: Un altro libro che ho davvero amato e che molte volte mi ritrovo a sfogliare per leggerne alcuni passaggi è La vita segreta delle api di Sue Monk Kidd. Hai presente quelle storie, quei personaggi che riescono a raggiungerti come nessun altro può? Come sapessero esattamente chi sei, ecco come mi sento nel leggere quel libro.

S: Ti piace cucinare?

Y: Curioso che tu me lo chieda. Fino ad ora cucinare per me ha sempre significato farsi una pizza, una piadina, un toast, delle spinacine e altre cibi altrettanto sani. Recentemente, però, ho iniziato a lavorare come apprendista pasticcera. Per ora non ho ancora ucciso nessuno, ti saprò dire come andrà.

S: Una città, un modo di essere e una stagione.

Tra le città che ho visitato sicuramente Parigi, non so esattamente cos’è che me l’ha fatta amare così tanto. Forse l’atmosfera, gli edifici, i monumenti, gli artisti che incontravi per strada, le botteghe, i musei gratuiti e sottolineo gratuiti. Mentre una città dove mi piacerebbe andare è New York City. Sono un’appassionata di cinema e tv, adoro la lingua inglese e mi nutro di schifezze. Mi sembra la città ideale.  A me piace la stagione a metà tra l’autunno e l’inverno. Quel periodo da ottobre fino a dicembre, perché in mezzo ci sono le mie due festività preferite Halloween e Natale. Mi piace riempire la casa di decorazioni, adoro i colori di cui si tinge il paesaggio, il freddo che ti costringe con mio grande piacere a indossare maglioni pesanti. È il periodo in cui più amo scrivere o leggere o fare qualsiasi altra cosa. Mi piace sedermi in divano o sul letto e perdermi nelle pagine con una tazza di té caldo da sorseggiare.

S: Cosa ti ha spinto a scrivere la Custode? C’è qualche aneddoto legato a questo libro?

Y: Non lo chiamerei esattamente aneddoto ma sicuramente c’è stato qualcosa, che è finito per essere l’inizio del libro. Ho cominciato La Custode dopo una gita a Parigi in quinta superiore. Come ti ho detto quella città ha qualcosa di magico, quel viaggio è per me un ricordo bellissimo. Era la nostra ultima gita, una volta tornati ci aspettava lo studio per la maturità e poi chissà dove saremo finiti tutti. Si sentiva il cambiamento nell’aria e forse è stato questo, forse ho sentito il bisogno di imprimere quei momenti nella mia memoria in una maniera unica. È stato solo dopo che la trama ha iniziato ad ingigantirsi, solo dopo ho capito che quei personaggi stavano prendendo vita propria.

S: Tra i tuoi personaggi ce ne è uno in particolare che ha le tue caratteristiche?

Y: Qualsiasi persona che mi conosca e che ora sta leggendo o ha letto il libro mi ha sempre detto che Alex Ridd, la protagonista, sono io. Ed è così, c’è tanto di me in lei. Mentre scrivevo mi è venuto naturale dire quello che io avrei detto e fare quello che io avrei naturalmente fatto . Al momento quasi non me ne sono resa conto ma molti aspetti della mia vita li ho visti filtrare nella storia. Uno in particolare che tende a gironzolarmi sempre attorno. Fanny, la gatta che io ed Alex condividiamo.

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                        Fanny scioccata nel scoprire di essre stata inserita nel libro

S: Cosa si prova a vedere il proprio libro pubblicato?

Y: Sai è strano, è una cosa di cui mi rendo conto soltanto in alcuni momenti. Succede qualcosa, come un messaggio dalla mia editrice, o da un’amica che lo sta leggendo o vedo qualche copia in giro per casa e per un attimo ne sono consapevole. Ho pubblicato un libro, è proprio quello stupore che provo ogni volta, è il fatto di non potersi abituare a questo pensiero che lo rende indescrivibile. È stato un sogno per così tanto tempo, persino un segreto. Per otto mesi non ho mai detto a nessuno che stavo scrivendo qualcosa, e ora quel qualcosa che apparteneva solo a me è lì fuori. Wow.

S: Sogni e progetti futuri.

Y: Di progetti ne ho tanti in testa, così tanti che sto ancora cercando di capire cosa fare. L’unica cosa su cui riesco a concentrarmi e dedicarmi con tutta me stessa è la scrittura del seguito de La Custode. Avevo paura che più persone avessero letto il primo più mi sarei sentita sotto pressione per il secondo, invece non è così. La trama ce l’ho già tutta in testa e mi sto godendo troppo il viaggio.

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E sul viaggio ti lasciamo volare su un tappeto magico un po’ come aladino e le sue storie. Grazie e a presto.

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Quattro chiacchiere con Franco Vanni

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Il clima ideale, Laurana editore, è stata una piacevole scoperta. Segnalato su milanoNERA mi ha subito incuriosita.  Letto tutto d’un fiato e recensito qui, mi son detta perché non catturare l’autore per una piccola intervista? Detto fatto. Oggi ho il piacere di ospitare Franco Vanni.
Samantha: Buongiorno Franco. Benvenuto nel piccolo salottino all’interno di Ti aspetto-blog. Mi piace molto cominciando un nuovo romanzo, soffermarmi sulle prime pagine. Sono attratta dalle dediche e dalle citazioni che aprono il sipario sulla storia. Dedichi il tuo romanzo ai tuoi nonni. Franco entrambi. Cosa ti lega a loro? Qual è il ricordo che scrivendo I miei nonni hai incollato alla pagina e che vorresti ora riportare alla mente?

Franco: Come tutti o quasi, sono molto legato al ricordo dei miei nonni, che col tempo ho forse un po’ idealizzato. Del nonno materno ho un solo ricordo genuino: mi teneva in braccio mentre scriveva a macchina. Quasi tutto quello che so di lui me lo hanno raccontato mia made e i suoi fratelli. È stato uno dei primi psichiatri italiani e ha scritto tantissimi libri. È mancato quando avevo tre anni. Mio nonno paterno me lo sono goduto molto di più. Era un commerciante. Un uomo pratico e intelligentissimo. Chiamandosi entrambi Franco, i miei genitori non hanno avuto bisogno di inventarsi molto per scegliere il mio nome.
S: Io sono sempre stata affascinata dal suono delle parole. Scrivere per me è seduzione. Tu sei un giornalista di cronaca, immagino che per te le parole abbiamo un ruolo ben preciso. Qual è l’effetto che hanno su Vanni scrittore e su Vanni giornalista? Cosa provi quando scrivi? C’è una parola ricorrente nel tuo personale vocabolario?
F: Scrivere di cronaca giudiziaria significa per lo più riportare o al massimo “tradurre” quello che è scritto negli atti dei procedimenti penali. Diciamo che – al di fuori dei bugiardini dei medicinali e dei testi scientifici – quello della cronaca giudiziaria è uno dei linguaggi che permette meno divagazioni in assoluto. Scrivere di narrativa, per il poco che ho potuto sperimentare, all’opposto offre la possibilità di muoversi, inventare, sbagliare. Fra giudiziaria e narrativa passa la differenza che c’è fra fare una consegna con un camion, lungo un percorso stabilito e in tempi certi, e guidare invece un camper per andare in vacanza, senza meta e senza costrizioni. In tutti e due i casi si tratta di guidare, ma nei fatti sono due azioni che si somigliano solo apparentemente. Quanto alla mia parola ricorrente, temo tristemente sia “cioè” o qualche altro intercalare.
S: Molti scrittori hanno delle piccole manie. A chi piace avere intorno gli stessi oggetti, isolarsi dal mondo, scrivere con la penna stilografica, appuntarsi le idee su foglietti volanti e tenerli tutti in tasca. E le tue, se ne hai naturalmente. 
F: Da ragazzino compravo costosi taccuini su cui disegnavo, che è una mia grande passione. Oggi per disegnare uso il retro dei fogli che mi ballano sulla scrivania in redazione. E gli appunti, per lavoro, li segno sull’iPad, di modo da potere inviare direttamente i pezzi nel caso si debba pubblicarli subito online. Anche a casa e al giornale scrivo sempre e solo al computer, che si tratti di articoli o di altro. La figura del cronista che prende appunti sulla Moleskine con il sigaro in bocca e i calzoni tenuti su dalle bretelle forse funziona nei film, come presa in giro. Nella realtà la tecnologia rende tutto molto più semplice …

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S: Effettivamente hai ragione. Se ti dicessi caffè, notte, silenzio, cosa ti viene in mente?
F: Qualche torneo sportivo che si gioca dall’altra parte del mondo e che mi costringe a stare sveglio di fronte alla tv in orari in cui dormirei volentieri. Penso al tennis o alla MotoGp.
S: Il titolo del tuo romanzo, per altro molto azzeccato, è Il clima ideale. Tu hai una ricetta segreta o speciale per creare il tuo? 
F: Mi piacciono tantissimo le attività all’aria aperta, lontano da schermi, fretta e costrizione. Amo andare a pesca risalendo il fiume, e curo con tre amici il blog anonimacucchiaino.it Mi piace fare viaggi in moto o giri in bicicletta. E nuotate in mare per lunghi tratti di costa. O anche solo leggere un libro in un parco, in pace. Basta non avere un tetto sopra alla testa.
S: Qual è il tuo piatto preferito? Il momento della giornata a cui non sai rinunciare? 
F: Il mio piatto preferito penso sia la pizza, vista la frequenza con cui la mangio, anche se me ne vengono in mente tantissimi altri! Ieri sera ad esempio ho mangiato una cotoletta leggendaria da Martino in via Farini a Milano. Il mio momento preferito è la mattina, quando mi siedo al tavolo della colazione e bevo il primo sorso di caffè, un attimo prima di leggere i giornali.
S: Mi piace molto la dinamica del sogno. Questo impegnare i pensieri, gli sforzi, le energie per realizzare qualcosa. Cosa significa per Franco sognare? Hai mai avuto un sogno per il quale hai o avresti rinunciato a tutto?
F: Mi piacerebbe tantissimo sapere fare qualcosa di fisicamente straordinario, come ballare bene o eccellere in qualche sport, al punto da poterne fare una professione. La verità è molto diversa: sono scoordinato e non ho mai fatto uno sport tanto seriamente da diventare bravo.
S: Cosa consiglieresti a un giovane e inesperto scrittore se venisse da te con una pila di fogli e un sorriso a trentadue denti?
F: Mi manca esperienza per dare consigli come scrittore! Più che altro li chiedo. Come giornalista invece, avendo io cominciato a 19 anni e avendone ora quasi 34, mi capita di dare consigli a ragazzi che stanno cominciando a fare questo mestiere. Sono cose molto banali e operative: concentrati sulla ricerca della notizia più che sulla scrittura, chiedi sempre il numero di telefono alle persone con cui parli (potrebbe servirti sentirle di nuovo), stai il meno possibile in redazione e il più possibile in giro … le solite cose che a ogni stagista hanno detto i colleghi più anziani, in ogni redazione del mondo.
S: Progetti futuri? Hai qualche altro romanzo nel cassetto?
F: Per fortuna romanzi nel cassetto non ne ho mai avuti. “Il clima ideale” è il mio primo, ed è stato pubblicato. Ho un’agente molto brava e mi fido di lei. Ora vorrei scrivere un giallo classico, con il cadavere all’inizio e l’assassino che si scopre alla fine. Purtroppo ultimamente di tempo per scrivere ne ho davvero poco, ma la storia la ho già in mente e non vedo l’ora di cominciare. Domani, intanto, vado a farmi un bel giro in bicicletta in montagna, che ne ho bisogno dopo una settimana in tribunale.

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(Lillo Garlisi, l’editore e Franco Vanni)

Quattro chiacchiere con Franca Adelaide

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Oggi ho il piacere di ospitare una scrittrice che ho scoperto da poco. La copertina della sua raccolta di racconti mi ha incuriosita e quindi eccoci qui. Benvenuta Franca, è un piacere averti qui.

Franca: Grazie dell’invito.

Samantha: Ciao Franca non si chiede mai l’età ad una donna ma se dovessi scegliere quale età avere per sempre ne sceglieresti una?

F: Venticinque con l’esperienza dei cinquanta.

S: Autrice di Elissa. A cosa ti sei ispirata per scriverlo?

F: Alle mille domande che, come dico nell’introduzione, necessitano di una risposta. Sono le domande del nostro Io interiore.

S: C’è un momento della giornata o della notte in cui le idee si affollano e i racconti prendono forma?

F: Le prime ore del mattino, solitamente.

S: Una volta mi dissero “Ogni scrittore è come se avesse l’urgenza di scrivere, un momento solo e solo quello in cui tutto si fonde è anche per te così?”

F: Sì, poi io sono una che scrive solo “per ispirazione”.

S: Dei personaggi della favola Alice, quale ti rappresenta di più?

F: Alice. Sicuramente. Anche lei è un’esploratrice…un po’come me.

S: Un colore, una stagione e una nota musicale.

F: Il giallo. L’ estate. Il “la”.

S: Quale libro hai odiato al liceo e quale hai amato?

F: Odiato: nessuno. Amato: forse a pari merito la Divina Commedia e I sepolcri di Foscolo.

S: Ti sei mai sentita sola?

F: A volte. Ma mai completamente.

S: Se dovessi scegliere un modo di descrivere una donna quali aggettivi sceglieresti?

F: Attiva, decisa, onnicomprensiva.

S: Tu che donna sei?

F: Non amo le definizioni. Dire che sono solare o determinata o insicura è sempre limitante…

S: C’è un evento che ha condizionato la tua vita?

F: Più che condizionamenti parlerei di coincidenze, quasi sempre propizie.

S: I tuoi progetti passati e futuri.

F: Passati: lavorare in ambito letterario. Futuri: la serenità interiore e l’affermazione in ambito letterario.

S: Un sogno quello per cui sei disposta a tutto.

F: Io rinuncerei solo alle negatività. Il vero sogno è quello che si realizza non nella rinuncia, bensì nel potenziamento delle proprie risorse.

Potenziare le proprie risorse e rinunciare alle negatività. E’ un bel pensiero e un augurio per poter avere un futuro, come dice mia figlia, con tutti i colori dell’arcobaleno.

Grazie a Franca e ai suoi sogni che tingono le sue parole. IMG_2350