Barbone

 

 

Un uomo su una panchina di legno scuro. La sigaretta in bocca. Un uomo scalzo con il suo sguardo nudo verso qualcosa di indefinito. Appariva solo a lui. Così mi sono fermata. Avrei dato quello che avevo in borsa per barattare un suo momento con il vuoto che sentivo negli ultimi tempi.

L’uomo mi ha guardato, attento a non sporcarsi con la cacca dei piccioni e mi ha sorriso. Sì, sorriso come fosse il gesto più naturale che si potesse fare in quel momento. Era solo nostro. Non c’era nessuno accanto, nessuno davanti o dietro. Noi, la panchina di legno, la sigaretta e la cacca del piccione bianca e nera. Mi ha imbarazzato quell’angolo della bocca che disegnava qualcosa.

Ho pensato che non fosse un sorriso vero, ma un ghigno, una smorfia. Non ho chiesto, non amo fare domande. In verità non amo che mi facciano domande, non ho mai le risposte che piacciono agli altri. Ho delle mezze bugie. Qualcosa che si avvicina alla verità ma che si tiene alla larga da essere una confessione.

-Sai perché voi comuni mortali siete infelici?

E aveva colto nel segno. Attimi di fumo volante nell’aria. Ero infelice. Si vedeva così tanto? Eppure non mettevo mai niente di nero. Avevo sempre orecchini, scarpe con il tacco, andavo dal parrucchiere ogni settimana. Cosa faceva apparire me una donna infelice? Ho risposto di no con la testa.

Si è perso di nuovo nel suo orizzonte. Eppure non c’era niente in quella direzione. Un palo della luce, un muro rovinato, due cartelloni stracciati di chissà quale mostra ormai dimenticata. Niente. Eppure i suoi occhi cadevano sempre verso quella direzione. Aspettava qualcuno in questa città eterna che rincorre il tempo? Oppure era alla ricerca di un’altra rivelazione?

-Voi mortali ve la costruite l’infelicità. Io non ci penso. Felice o infelice sono sempre un re scalzo con la mia sigaretta.

Un re? Ma per un impercettibile attimo, mi sono sentita anche io una regina, forse per le scarpe rosse che avevo messo. Per il maglione che aveva le maniche ampie. Per quel senso di tranquilla impotenza verso gli avvenimenti che quell’uomo mi dava. Se ne stava scalzo, sporco, ubriaco su una panchina lercia. Eppure il suo mondo era non avvicinarsi alle cacche di piccione, come se si potesse evitare di precipitare ancora di più nello schifo. Nell’infelicità. Per cui l’ho guardato ancora più attentamente, cercando segni nobili. Aveva le rughe, era vecchio. In fila tre bottiglie ordinate per altezza vuote. Non era un re. Era solo un pover’uomo. Un barbone.

Non ho capito il senso di questo incontro mentre il viale si affollava. Eppure quell’uomo parlava proprio a me. Non c’era nessuno altro a cui si rivolgeva e io stavo lì a guardarlo, ad aspettare che dicesse qualcos’altro per capirmi. Ero folle anche io.

-Credevo che la felicità fosse conquistare la vetta, ma un momento prima di arrivare in cima, la montagna è crollata.

L’ho detto a un riflesso senza specchio di una donna che ormai aveva cinquant’anni. Lui fumava ormai un mozzicone tra le dita.

-Sabbia.

Ha risposto.

-La felicità non esiste. Si guardi.

Ho scosso ancora di più la testa, era come se mi fosse finito un sassolino tra i capelli e pesava. Mi stavo rimproverando per aver creduto, che un barbone potesse dirmi qualcosa, che in tutto quel tempo mi era sfuggito. Ha continuato a fumare, si è tirato su la coperta di cartone che era adagiata per terra, nascosta da altra immondizia e ha chiuso gli occhi.

-Voi mortali siete troppo infelici.

Forse il suo segreto era nella sigaretta scalza di pensieri. E me ne sono andata. In fondo non era certo una regina.

 

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