Buon Compleanno Audrey- Ti Aspetto

“Michele rimane in piedi. La porta si chiude e si ritrova con il caffè bollente in mano a pensare. E’ il compleanno di Audrey e lui non sa cosa regalarle. Ci penserà. Ha un pomeriggio per pensare.

Intanto la bella Audrey è a farsi bella. E’ sorridente. Si sta costruendo i castelli in aria, pensa alla serata come un nuovo inizio. Aspettative che si costruiscono intonro a noi, dentro noi. Lei vorrebbe camminare e sentire i suoi passi rimbombare nel cuore di Michele. Cammina leggiadra con il sole che scalda. Un panino e continua con la sua passeggiata tra i castelli”.

Cartastraccia

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Era il solito andirivieni. Un formicaio di operaie che portavano cibo dentro la tana e uscivano poi per procurarsi altre briciole. Ci si poteva fermare a guardare tutte quelle persone senza perdere l’orientamento. Il mondo però non si sarebbe fermato a risolvere i miei interrogativi, ormai rimandavo la mia scelta come si scansa una punizione che è lì pronta a sferrarti poi il colpo più duro. Perché l’attesa ha un peso, si accumula in un angolo e poi bang come un boomerang è pronta a far tornare indietro parole, intenzioni, sogni, sacrifici e rimorsi. Forse sono i primi che vengono sparati a velocità della luce.

Dovevo solo tornare a casa. Riaprire la porta, chiedere scusa del ritardo e riprendere la mia vita. Quale? Era quello che mi chiedevo davanti alle formiche operaie con le borse di pelle nera che filavano sul marciapiede intente a non calpestarsi. Si scambiavano informazioni sui ritardi, mappe, vie. Discorsi a cui mi ero sottratto fissando un biglietto di sola andata. O solo ritorno, perché effettivamente io avevo vissuto le due settimane più incredibili della mia vita. Ero scivolato senza impegno nei suoi occhi prima ancora che nella sua bocca e nel suo letto. Era stata la tana più efficace. Ormai sconfitto da una quotidianità opprimente, lei era stata la mia migliore fuga. Tutti ignari del mio svicolare verso lei, ero stato bravo a depistare e tutte le volte che fornivo una bugia l’adrenalina saliva. Sapevo che potevo essere scoperto, che da un momento all’altro sarei saltato sotto qualche bomba, che avrei trovato mia moglie al campanello con nostro figlio attaccato al seno grondante di latte che implorava una serie di perché. Eppure lei era lontana nella sua routine di mamma perfetta, di super mamma dei pannolini lavabili, già asciutti prima ancora di essere lavati, con il suo biberon sterilizzato senza prodotti chimici, truccata e pettinata alle cinque del mattino. Sembrava un robot a cui non avevano dato però nessun bottone da spingere per chiedermi come era andata la giornata, perché la sua era tutta un’ansia da reprimere, un libro sullo svezzamento svedese da terminare, una passeggiata nel parco bio, una mela non ancora colta da frullare. Bisognava essere preparati a tutto quando si usciva. Le mancava solo lo scudo e l’elmetto. Non facevamo una semplice camminata per rilassarci, era un educational e qualcosa per il bambino ancora in fasce. Piccolo moccioso di tre e kili e qualcosa che lei aveva voluto per unire la nostra famiglia, ma che io non avevo cercato in nessun modo. Due lineette rosa, una pancia da gestire, lettino e trio da ordinare. Ecografie ogni due settimane e una serie infinita di nomi, richieste, spruzzate di ormoni tra il dolce e il salato da arginare. Invece gli occhi azzurri di Susan erano pronti a lasciar via qualsiasi ansia. Lei non chiedeva, mi baciava, mi trascinava dentro il suo corpo, non era mai sazia. Mi spalancava a ogni piacere, senza mai smettere di guardarmi negli occhi. Darling, mi sussurrava tra l’orecchio e il collo. Non gli ho mai detto il mio nome. Mi accarezzava la guancia e poi mi teneva per mano. Un adolescente contatto dei palmi per non farmi sentire solo perché ero così che mi sentivo. Ostaggio in una casa al Flaminio con moglie e figlio piagnucolante. Ingrato alla vita? Susan mi svegliava per fare l’amore, eravamo liberi, non c’erano per me pappe, pannolini e uscite. Pediatri, aerosol, malattie. Era dolci ritorni i miei tra le sue gambe e non aspre battaglie per conquistare un lembo di lenzuolo tra svariate coperte da non sgualcire. Era tutto una specie di guerra tra me e mia moglie, solo che lei combatteva con i sorrisi sporchi, ambiziosi, tirati fuori ad arte mentre teneva in braccio il bambino. Sorrisi ben confezionati per farmi fuori. Era madre, io non servivo che a portare soldi e a ingerire qualsiasi tipo di frustrazione che probabilmente avevano un milioni di donne al primo figlio. Doveva anteporre il suo malessere immaginario a qualsiasi cosa. Poi l’occasione di lavoro e sono fuggito. C’era poco da fare in ufficio, così mi hanno proposto l’estero. I colleghi erano tutti disponibili e dei buoni lavoratori. Abbiamo presentato il progetto in sterline ed è stato subito un successo. Il lavoro si era concluso prima del previsto, mi sono buttato nel primo pub per festeggiare e sì l’ho fatto. Ho conosciuto la prima tizia che era seduta al tavolo accanto e sono andato a casa sua. È stato come nuotare in un fiume la cui corrente ti trasporta da una riva e l’altra, non c’era stanchezza ma voglia di superare i limiti, godere, sentire lei tra le braccia e non pensare a nessun ritorno. Non c’entra niente con l’amore. Lei, era l’aria che mi circondava, ma era il mio pene a soddisfarsi e nutrire la mia voglia di libertà. Non c’era modo di staccarsi dalla colazione strampalata con qualsiasi cosa che c’era in casa, non c’era modo di alzarsi e non raccontare bugie al microfono di un telefono stupido che sa solo emettere suoni. Eppure il ricordo di mia moglie si confondeva con quella donna ingenua e piena di speranze che mi veniva incontro con il vestito bianco. Era la promessa di stare insieme davanti a dei parenti che ti supplicano di rimanere con quella donna dopo tutti i soldi che avevano speso tra regalo, parrucchiere e vestiti. Ti imploravano di far funzionare le cose dopo il video orrendo girato per strappare consensi o perché anche loro avevano fallito e aspettavano che qualcun altro cadesse nella fossa insieme a loro. A tutti capita di guardarsi negli occhi e dirsi cosa non va ma nessuno ti dirà mai cosa realmente non va. C’è una birra, una partita di pallone, del sesso occasionale ma nessun ti dirà voglio fuggire da una moglie opprimente che ha scambiato i miei sogni con un mucchio di baggianate da gettare dalla finestra. Eppure è così. Ho chiuso la porta di Susan, non ci siamo scambiati nessun parola dolce, solo un Ciao. Lei non si aspetta che io ritorni e io non ho intenzione di farlo. Abbiamo scopato per dieci giorni e prima o poi doveva finire.

A Roma, mia moglie sarà seduta alla sedia con i depliant della scuola materna più costosa che c’è, mi saluterà, mi chiederà forse come è andata se è dell’umore giusto e poi si lamenterà della mia assenza, del mio lavoro e della sua stanchezza. Si lamenterà ed è la cosa che non sopporto più. Potrei non tornare. Sarebbe una fuga da quello che non voglio più essere. Potrei strappare il biglietto e rimanere qui, ma la favola con Susan è già finita. Il lieto fine chiude il libro e non c’è nessuno che ha scritto il dopo dietro la copertina offrendoci uno spiraglio di come sarebbero andate le cose se il principe non fosse stato all’altezza della principessa. Magari erano tutti ubriaconi e violenti ma no i principi sono perfetti, sorridono, offrono diamanti, benessere, un castello non si spaccano la schiena come i comuni mortali. Io non sono uno di loro e l’ho capito quando le favole per me sono cambiate. Le formiche sono diminuite, è quasi ora di pranzo. Prendo la borsa nera e mi confondo con il loro andare e venire. Il biglietto è in tasca. Il cielo è grigio ma non piove anche se qui nessuno porta l’ombrello neanche se diluvia.

Quando il pennello si colora di blu- Ti aspetto

I sentimenti sono affari seri

e quando vengono dichiarati 

sono piccole isole nel mare

dove andare e venire,

isole sicure dove poter approdare

dopo la tempesta.

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Festival Gianmaria Volontè. Raccontiamo storie di cui la strada ha bisogno. img_8095

E ho cominciato a raccontare la mia storia in blu.

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Io che non tenevo un pennello in mano dalle medie.

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Perchè i muri sanno raccontare e ognuno ha la sua storia. La mia è fatta di attese, equilibri, amore. Sogni. E se il sogno di Nina fosse stato blu?

Quando Ti Aspetto diventa una recensione di Luca Meloni

 

 

 

 

 

 

 

 

In uno scambio fisico tra le parole, Luca Meloni autore di Come un’onda nel tempo, Eretica edizioni, mi regala questa introspezione recensione di Ti aspetto. L’aspetto emotivo delle recensioni? Imparare qualcosa dai personaggi che ho creato, vedere come si plasmano nel mondo di chi li legge. Sapere come hanno attraversato menti e corpi diversi. Grazie a Luca per questo viaggio.

due mani

“Nina è una studentessa di fisica ai primi passi tra i terreni paludosi dell’amore. Michele un giovane ricercatore di antropologia narcisista e innamoratodel dolore. Il loro incontro è casuale, all’uscita di una discoteca anonima che innesca l’azione del romanzo ma, allo stesso tempo, suggerisce due dimensioni emotive già distanti e apparentemente inconciliabili.

A unirli sono le rispettive mancanze, i non detti di un’attrazione fisica e irrazionale che, nonostante la sua spinta propulsiva, poco ha a che vedere con l’amore. Nina ama un’idea che ricalca sempre più i contorni della tragedia matrimoniale dei propri genitori e di una madre assente a cui – per scelta o per destino – si sovrappone progressivamente. Michele «ama se stesso e troppe parti di se stesso lasciate nelle altre persone»: in Angela, l’ex fidanzata anaffettiva fuggita da una proposta di matrimonio in conflitto d’interesse con la sua libertà, in Audrey (l’ex fidanzata dell’attuale fidanzato di Angela), sedotta una sera e abbandonata negli anni al ruolo scomodo di amica e confidente, nel ricordo di Anna, la madre del migliore amico / fratello Marco che, sin da bambino, ha coperto il vuoto delle carezze mancate di Lucrezia, sua madre biologica.

Ti aspetto di Samantha Terrasi è un percorso di formazione a ostacoli dove i protagonisti si incontrano e si scontrano alla ricerca delle proprie aspettative di stabilità e serenità assenti. Un’analisi puntuale e sistematica del desiderio inappagato che manovra i sentimenti, confondendo purezza ed egoismo nella coazione a ripetere di una quotidianità stanca e irrisolta. La volontà collettiva (e non solo quella di Michele) sembra cristallizzata nel momento in cui lo sguardo ha messo l’accento su un «biglietto piegato sotto il piatto con ancora la tazza sopra, come a voler tener dentro il calore di qualcosa che invece è andato via» perché quel biglietto non è altro che un’illusione rivelata, il «vetro che si rompe e ti ferisce gli occhi». Per questa motivazione, nonostante la nonna di Nina insista sull’assioma secondo cui l’amore «non si ingabbia, non si trattiene, non si vincola, l’amore deve fluire come il vento nelle foglie», quello stesso amore è troppo spesso piegato alle esigenze feroci degli individualismi bistrattati dei singoli soggetti inconsapevoli, anime ferite nel profondo eppure incapaci a voltar pagina e riappropriarsi delle possibilità infinite del tempo presente.

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Da questa prospettiva è inverosimilmente Audrey la protagonista del romanzo, l’istinto centrifugo di un’alternativa sognata e faticosamente conquistata attraverso la distanza e l’allontanamento. Il suo dimettersi dal tentativo devoto di essere infelice, difatti, oltrepassa i tormenti romantici dell’attesa per proiettare i sentimenti in una dimensione più matura e appagante che fa del compromesso la propria ragion d’essere. Non più la bellezza superba e irrequieta di una stella cadente ma il passo lento e cadenzato di una tartaruga ancorata al terreno, limite e benedizione di una pace ritrovata”.

Luca Meloni 

Michele, un uomo e il suo riscatto in Ti aspetto.

ti aspetto cartolineMichele è sdraiato ai piedi di una discoteca.

Appoggiato agli scalini ad occhi chiusi. La vita per lui è una virgola capovolta. La sua donna, quella che credeva essere amore, era solo un’altra delusione. Michele chiamato dagli amici con un vezzeggiativo cusioso è ormai un uomo. La sua vita è però è come un’onda. Sale, si scontra con la spiaggia, si espande  e si ritira. Lui vuole l’adrenalina, vuole la poesia, vuole conquistare con le parole. Si era esposto con Angela, le aveva chiesto di sposarlo. Era andato oltre e ora come un’onda si ritirava, ferito. L’incontro con Nina lo trasformerà. Smetterà di cavalcare l’onda dei sentimenti. Nina lo riporterà con i piedi su una terra che non aveva mai calpestato. Nina lo accompagnerà e lo farà per tutto il romanzo, seguendo un pecorso che assomiglia a quello di una stella cadente.

 

Ci sono le ragazze dello studio dove lavora, qualche amica di Università che Marco ha ripescato e
poi… Ecco, Michele.
Bello come sempre. I suoi capelli arruffati, camicia scura tirata fuori dai pantaloni. Il suo sorriso e
quel mazzo di rose in mano. Michele si avvicina e le da le rose. Lei vorrebbe sciogliersi e lo
abbraccia. Si stringono e lui le sussurra Buon compleanno all’orecchio. La stringe ancora.
«Mi spiace che abbiamo litigato».
Michele l’abbraccia.
«Anche a me, tutto passato, Mickey», e Audrey si perde nel suo profumo.
«Mi sei mancata…».
«Anche tu… Mickey, io…», e quando meno te lo aspetti i castelli in aria crollano da soli.
«Buon compleanno, Audrey. Ciao, io sono Nina la ragazza di Michele, piacere di conoscerti».

 

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Michele dovrà toccare il fondo per risalire. La risalita sarà lenta o dura. Qualcuno dopo aver letto Ti aspetto, mi ha chiesto se esisteva ancora una storia per Michele. Ci ho pensato. Mettere ancora una volta alla prova il mio personaggio, vederlo di nuovo calato nella realtà che Nina, una diamante allo stato grezzo, gli ha fatto conoscere. Non vi nascondo che ci sto pensando.