Solit-udine

Cara me,

ti ho visto, oggi mentre ti alzavi dal letto. La luce accesa dalla tua parte. Non ti giri neanche più a vedere l’altro comodino. Non c’è più niente da vedere. E’ rimasto solo l’essenziale, i suoi occhiali ora, sono su un altro comodino. Cosa puoi farci? È come vedere una scritta sul muro. Ci passi davanti un milione di volte, poi un giorno, la leggi.

Luca mi hai bucato l’anima”.

Avresti potuto fare qualcosa. Sì, lo so. Invece l’hai lasciato andare. La storia che non volevi incatenarlo, che lo volevi felice. Baggianate. Perché continui a raccontarle a tutti? Ti sei incastrata in una serie infinita di ricordi che ti fanno soffrire. Anche la tristezza è diventata nostalgia. Hai le occhiaie. Nascondi il tuo corpo in pile enormi. Esci con il sole, ma sembri trascinare un’ombra pesante di pioggia.

Nessun faro si nasconde alla tempesta”.

C’è scritto sul muro del mercato. Ormai è scrostato dagli anni e dalla salsedine. Vai sempre agli stessi banchi, compri sempre le stesse cose e cucini. Nutri i figli che ti guardano, ma non dicono niente. I figli sanno essere molto egoisti. Tua figlia ti ruba le magliette e quando le lavi, le riponi direttamente nel suo armadio. Ti sei rintanata sotto uno strato spesso di indifferenza, ma il tuo cuore batte ancora? .

Io e te siamo un Quore solo”.

Lo vorresti scrivere sul muro di casa. Un cuore con la Q, perché anche il cuore sbaglia. Lui è andato via mesi fa. Ha lasciato quattro stracci. Potevi fare qualcosa e invece non hai fatto niente. Smettila di costruirti castelli di carta. È andato via. E tu devi andare al lavoro. Prendi la borsa, ci hai messo tutto? Fa caldo già alle sette di mattino. Alla stazione di Ostia, le chiome dei pini sono immobili. Niente vento.

L’amore ti fotte”.

Ti passi la borsa sull’altro braccio, perché si è già appiccicata. Non la sopporti. Non sopporti neanche l’afa opprimente che si scaglia su Roma ogni estate. “L’amore ti fotte”. Chiunque lo abbia scritto lo dovrebbe riportare su ogni singolo muro, segnalibro, libro. Romanzo. Lettera. Articolo di giornale. Anche sulla carta igienica. Ti fotte e al posto delle farfalle nello stomaco, ti mette le fragole intinte nel viakal.

Non si tratta di vincitori o vinti. Non è una guerra, ma la corazza non l’hai mai avuta. Preferisci girarti dalla parte del muro, pur di non guardare la parte del letto vuota. Tieni il suo cuscino sotto al lenzuolo per non accarezzarlo e piangere.

C’è un filo logico e la gente ci inciampa”.

Quando il treno si ferma ad Acilia, la scritta in nero campeggia sotto l’indicazione della stazione. L’hanno scritta in stampatello minuscolo. Non trovi la penna per riscriverla sul tuo quaderno. Ma non serve, te la ricorderai. Hai una memoria da elefante. C’è una cosa però che ora devi fare.

Affrontare le tue paure, i tuoi rimorsi e tutti quei rimpianti che hai collezionato tra le lenzuola fredde. Non trascrivere frasi dai muri. Hai già tre quaderni, cosa pensi possano dirti delle frasi riservate ad altri?

Non sono verità. Sono solo pezzi di muri imbrattati. Che fine hanno fatto i tuoi sogni? Loro sono la tua parte immortale, le tue ali. La nave che ti permette di salpare in ogni momento. Non è la fuga, la piega dove nasconderti, perché ora è solo un’altra piaga.

Ci sono treni che ti passano sopra una volta sola”.

E dal sedile sporco della metro, guardi le cicche di sigarette che stanno all’angolo tra la fine del vagone e la porta. Il tanfo dei turisti ammassati, ti arriva in una sola zaffata che ti costringe a girarti. Tiri fuori il quaderno viola e comincia a scrivere anche quella frase incastrata tra un sedile rotto e l’altro. Una signora ti guarda. Vorresti dirle ma cosa cazzo guardi ma poi le parole si arrotolano insieme alla lingua. Vorresti spaccare tutto e cancellare ogni singola scritta. Il treno rallenta, si ferma. Apre le porte e una massa umana informe se ne sta davanti a te, pronta per inghiottirti. La scansi come faresti con la peste.

C’è della Gloria nel Non essere Compresi”.

Vaffanculo, e lo urli a mezza bocca. Il barbone sdraiato sotto l’ala nuova di Termini si gira e alza, in segno di brindisi, la bottiglia di birra piena a metà. Fili spedita verso la fermata del centosessantuno che sarà in ritardo, e arriverà stracolmo. Ti giri verso l’edicola. Vorresti comprarti un giornale, poi rinunci.

Non voglio che i nostri destini si perdano nell’infinito. E tu?”

Ieri non c’era. Ti fermi a leggerla, mentre la fermata si riempie di gente assonnata e senza direzione. Ti rimetti a posto i capelli. Dovresti farti la tinta. Anche se vai a fare le pulizie presso una signora anziana, sei sempre una donna. E il romanzo che hai scritto la notte, sbriciolando sul computer? Dove è finto? In quale cassetto? Non lasciare che ammuffisca insieme a tutte le cose che hai lasciato a metà. Annoda tutte le scritte sui muri che hai trascritto in questi mesi, vestile, immergiti nell’inchiostro e poi componi altre parole. Le tue. L’attesa non è una boa di salvataggio.

Dopotutto domani è un altro giorno”.

Te la dovresti scrivere sul muro, dietro al letto. E la dovresti leggere tutti i giorni ad alta voce.

Con affetto, l’altra te.

L’undicesima Porta-Rossella Cirigliano

11esiam-porta-226x360

Siamo così sicuri che i fantasmi non esistono? Che tra noi in qualche posto che frequentiamo non ci siano anime che cercano solo un po’ di compagnia? Rossella Cirigliano ci crede nei fantasmi ed è proprio un anima di duemila anni prima ad animare Porta Gaia, una delle porti di Roma. Ma il romanzo L’Undicesima Porta, 96, rue de-La-Fontaine Edizioni che si lascia scorrere avventura dopo avventura, è un giallo. E cosa ci fa un fantasma in un giallo?

L’arte è il punto di forza di questa narrazione perché ci troviamo di fronte a una vera e propria esplosione di quadri, romanità, bellezza. Ma oltre all’arte che mette in vista i suoi temi anche l’animo umano si toglie le maschere. Oltre a farsi leggere perché i gialli sono la miglior droga per menti curiosi, il romanzo si dispiega tra i tanti temi che vestono i personaggi. L’invidia, la bellezza corporea, l’arrivismo, la solitudine, la condizione umana, la negligenza, l’odio.

L’invidia una brutta bestia, aveva commentato tra sé evitando di mettersi a discutere sul posto di lavoro. La storia del cascamorto, tuttavia, le aveva messo lì per lì, un po’ d’ansia ma poi si era convinta che non sarebbe potuto essere vero. Che pettegole! Si era arrovellata Nina, orgogliosa e insicura al tempo stesso.”

Sabrina Carletti sente un formicolio e si trova un fantasma piangente davanti. È l’inizio della narrazione che ci porterà poi a tre apparenti suicidi. Il commissario Zeno Riga, che non poteva chiamarsi in nessun altro modo e il vice Valerio Silvestri, completano la squadra.

Il racconto di Lucio, il fantasma, e del suo amore è il filo rosso della narrazione. L’amore provato, cercato e poi perduto per cui la sofferenza può trasformarsi in una prigione lunga millenni. È un sogno infranto che si sposa poi con tutti i personaggi. Ognuno di loro si porta una crepa nel cuore, nel loro modo di gestire gli affetti e il mondo intorno. Anche la stessa Sabrina disincantata e troppo cinica si rifugia in battute acide lasciando l’amore fuori dalla porta. La condizione della donna uno scalino di una lunga scala di argomenti che fanno entrare i lettori all’interno della storia. Dona come fragilità e come sogni. Un po’ come i fantasmi, sono incorporei e sembrano svanire quando vorresti solo abbracciarli.

Nina farà la fine di sua madre se nessuno la aiuterà. Che peccato che una bimba tanto bella debba viver così. Da quando il padre se ne è andato di casa, senza lasciare traccia, la madre è diventata uno zombie; sempre ubriaca e completamente fuori di sé, non ne poteva più delle chiacchiere della gente.”

E il colpo di scena non manca. I tre suicidi diventano tre omicidi e la pista si riapre. Chi avrebbe voluto la morte di Romolo, Paolo e Franco? Si riapriranno le indagini e quale sarà il ruolo di Lucio, il fantasma e di Sabrina?

Il giallo diventa denso e comincia la rincorsa alle pagine per scoprire cosa ha mosso la mano quasi invisibile dell’assassino. E la fine lascerà tutti a bocca aperta.

Ti aspetto – Solo

Michele con quel mazzo di fiori si vuole convincere che lei non sceglierà la carriera. Non sceglierà Zurigo. Michele ha paura delle parole di Audrey. Quel giorno forse non era andata tanto lontana dalla verità. Poi ripensa agli occhi di Nina e vorrebbe abbracciarla. Oggi Michele si sente solo. Solo con se stesso. abitante troppo indiscreto per lui.

Il tempo uno strano ticchettio o …?

388815

In occasione dell’uscita della nuova antologia Fermarti Non posso  firmata l’Erudita- Perrone, vi lascio ticchettare come farebbe il tempo dentro gli ingranaggi di un vecchio orologio, nella musica di due poesie. Il tempo ha uno strano percorso se ascoltato. Ho il piacere di ospitare Francesco Azzirri, la sua poesia e la mia.

Che anni mai sono?

Fisso e ritrovo

lo sguardo.

Mi accordo, là sotto,

a un trattenuto busto.

Una dozzina di pollici

cristalli a due strati

e a pochi centimetri

“oppure a due passi?”

(passasse un folletto …

di qui, per lo schermo,

che pulsa appannando

del chiaro).

Da dove origlio

la strada è a due sensi

e senza sfondo.

Del suono il rientro

ovattato dai muri

è filtrato.

Che anni mai sono?

O saranno?

Che ore mai sono?

(Francesco Azzirri)

E il suo tempo lascia il posto anche al mio tempo.

e2d3011b-fd85-4223-812a-8e149f1f9171

Nuovo Giorno

Diventerai pianta

per ogni delusione provata.

Seme

per ogni sogno incatenato.

Diventerai fiore

per ogni speranza calpestata.

Nuovo giorno

per ogni uomo caduto.

Diventerai occhio

per ogni finestra sul futuro

che si spalancherà.

Sarai tempo

per sbocciare,

crescere,

sfiorire.

La tua vita

sarà un’onda

fatti da minuti

di sale.

(Samantha Terrasi)

Graffi(a)ti, mostra di Franco Durelli


Graffi(a)ti la mostra personale di Franco Durelli nell’incantevole cornice del Museo Crocetti dal 3 al 12 Ottobre. Museo che accoglie le opere in bronzo dell’omonimo artista. Figure piene, busti, volti. L’esplosione del movimento che parte dai capelli. Acconciature abbozzate, pettinate dal vento o chignon di ballerine in posa. Donne dal volto che esprimono una quotidianità scivolosa.

2016-10-05-16-59-41

E quando il vorticoso mondo delle statue finisce nella saletta al piano terra, si apre accompagnata da una locandina “ graffiante”, la mostra di Franco. Artista che ha saputo cogliere nella sua carriera gli stimoli interiori ed esteriori e mescolarli insieme ai colori. Una mostra è sempre un percorso, qualcuno parla di viaggio. È in primis quello che l’artista compie con la sua particolare “arte”. Ma l’arte qualunque essa sia è un ballo, una danza che parte da un tormento interiore. Una travagliata mancanza che convoglia aspettative e speranze verso un mondo la cui attesa è negligente, non certo paziente ma a tratti cortese.

Franco Durelli ci mostra una parte del suo percorso “di pancia” come lo definisce lui. Dopo un figurismo simbolico in bianco e nero dove le sue donne erano cariche di illusioni in contrasto, lo ritroviamo paesaggista con una dolce mano che riprende il colore. L’astrattismo è quasi un passaggio, una forma di evoluzione interiore. Una forma che concretizza i suoi passaggi.

La mostra Graffi(a)ti con queste due pance che racchiudono una a in mezzo alla parola. E’ un recinto che ne fa di una lettera solitaria, un’isola di pienezza e significato. Le parole possono cambiare suono e significato come i colori mescolati insieme.

2016-10-05-17-54-04

Rulli, colori e una carta ruvida che trattiene o sputa fuori. La carta paglia. Un ricordo di quando ero bambina, mia nonna palermitana friggeva le sue melanzane e le adagiava proprio in quei preziosi fogli di carta. Ecco che una mostra solletica anche il palato o i sensi di un’infanzia lontana.

I quadri cingono le pareti come un anello al dito. Sono diversi, ognuno ci legge qualcosa di diverso. L’impressione è quello di calarsi in un primavera “sveviana” con un bianco e nero che lascia una profondità. Un solco nella terra per imbatterci poi nel quadro successivo. Un animale quasi mitologico che sembra avere ali per spiccare un volo in un mondo fantastico.

Il graffio è la percezione di un senso che accarezza il quadro o lo incide profondamente. Non si può pensare di non essere attraversati e di immaginare che qualcosa in rilievo, come la superficie di uno squarcio, nasconda sistemi profondi e travagliati. È una nuova arte, un vestito che Franco Durelli sa calzare in un modo nuovo regalandoci qualcosa di prezioso.

Le sue opere sono da vedere da vicino. Da lontano perché qualche figura si nasconde nel troppo vicino. La barca in un mare celeste si è trasforma in uno sbuffo di nuvola nel cielo e due scontri di colore rosso in navi di migranti che collidono in una guerra senza fine.

Gli occhi però finiscono su una sagoma di colore rosso. Una figura di donna, una sottile creatura dei boschi uscita da una nebbiolina di colore o una lacrima che fuoriesce. Mi piace pensarla come una donna che emerge, come l’arte dalle mani del suo creatore. Sa graffiare e incidere.

La cruda irriverenza di uno sguardo altrove.