Pensiero al sole

C’era un momento in cui il sole scendeva nel mare e tu ti fermavi. Ti appoggiavi alle mie gambe e mi stringevi. Le parole rimanevano da qualche parte. Il tuo cuore di bambino si tuffava insieme al sole. Il mare lo accarezzava. Piccole onde che sembravano piccole mani. Le tue. Anche tu custodivi qualcosa. Quando il sole era scomparso del tutto, ti alzavi, correvi verso le onde. Le mani in tasca. Rimanevi così finché il cielo non diventava più scuro.

— Mamma!

Inclinavi la testa e soffiavi via qualcosa dalle tue piccole manine. Io mi alzavo e raccoglievo l’asciugamano.

— Cosa soffiavi?

Correvi via verso la strada. Ti fermavi al terzo scalino.

— Soffiavo la buonanotte al sole.

E tornavamo a casa.

L’ostetrica

Gennaio era stato da sempre un rimettere a posto le luci di Natale e cucire. In salotto, davanti alla finestra, dietro ai vetri appannati e all’andirivieni delle persone che correvano troppo. I figli grandi erano ormai lontani. Del marito rimaneva una foto sulla mensola. La crisi aveva portato via anche la nostalgia di un ricordo, ma le calze continuavano a bucarsi. Sempre nello stesso punto. Il filo non reggeva più o era la stoffa a non essere più quella di una volta. Eppure accanto al termosifone, distendeva le gambe per guardarsi i piedi nudi. Erano così brutti. Storti e deformi come le mani che non reggevano più neanche il ditale. Mani che aveva accarezzato, schiaffeggiato, pulito. Dato alla vita. Ora erano ricoperte da infinite macchioline marroni che si spostavano sotto l’onda della pelle cadente. C’era della verità in quei segni del tempo, ma anche tante menzogne. Forse più menzogne che mezze verità.

Così come la dispensa, mezza vuota. Centellinava il cibo. Non perché non avesse voglia di cucinare o uscire a fare la spesa, ma si era abituata a risparmiare. Era più un ripiegarsi attorno a quello strato di sofferenza che la teneva in vita. Uno strato rappresentato da quattro sedie intorno al tavolo, una lampada e polvere dappertutto. Più la toglieva, più lei, affezionata sempre agli stessi luoghi, si riposava lentamente. Non spolverava spesso, questo lo sapeva. Era noioso. Ma il santino incastrato nello specchio all’entrata, aveva sempre una coccola in più. Lo puliva sulla manica del maglione. Santa Rosalia se ne stava così vicina al cero rosso sempre illuminato da una minuscola batteria. Era la protettrice di tutta la famiglia. Una famiglia che rendeva una volta le giornate movimentate ma, che allentandosi con le proprie distanze, aveva reso i mesi tutti uguali. Monotoni, ma lei non si era di certo lasciata abbattere dalla solitudine. Era una condizione, diceva alle vicine più giovani, a cui se ci si abitua poi non si riesce più a farne a meno. Come un cappotto d’estate che anche se pesante non ti fa sudare. Ma l’estate non era la sua stagione preferita e spinta da quell’inesorabile ricerca di un motivo per andare avanti, cuciva. Era più un tenere insieme due lembi di stoffa che non ne volevano più sapere di stare uniti. Più la trama si disfaceva, più cercava strade con l’ago che non aveva ancora percorso. Si sistemava i calzini spaiati in grembo e ne prendeva uno a caso. Infilava il filo scuro nell’ago. Le ricordava i vecchi arresi alla morte. Il bianco non lo utilizzava mai, l’aveva sempre lasciato per i sogni.

Il sole prima dell’alba

Diapositive bianco e nero

di un sogno sgangherato

tenute insieme

da un viaggio

di filo spinato.

Certezze e illusioni

come città.

Frammenti di gente

si rincorrono

come giorni,

si stendono

come onde

prima del naufragio.

Rigata di rughe

tieni la mia mano,

mi hai trascinata

in questo viaggio

di vecchi stanchi

mentre il sole

sorge prima dell’alba.

Solit-udine

Cara me,

ti ho visto, oggi mentre ti alzavi dal letto. La luce accesa dalla tua parte. Non ti giri neanche più a vedere l’altro comodino. Non c’è più niente da vedere. E’ rimasto solo l’essenziale, i suoi occhiali ora, sono su un altro comodino. Cosa puoi farci? È come vedere una scritta sul muro. Ci passi davanti un milione di volte, poi un giorno, la leggi.

Luca mi hai bucato l’anima”.

Avresti potuto fare qualcosa. Sì, lo so. Invece l’hai lasciato andare. La storia che non volevi incatenarlo, che lo volevi felice. Baggianate. Perché continui a raccontarle a tutti? Ti sei incastrata in una serie infinita di ricordi che ti fanno soffrire. Anche la tristezza è diventata nostalgia. Hai le occhiaie. Nascondi il tuo corpo in pile enormi. Esci con il sole, ma sembri trascinare un’ombra pesante di pioggia.

Nessun faro si nasconde alla tempesta”.

C’è scritto sul muro del mercato. Ormai è scrostato dagli anni e dalla salsedine. Vai sempre agli stessi banchi, compri sempre le stesse cose e cucini. Nutri i figli che ti guardano, ma non dicono niente. I figli sanno essere molto egoisti. Tua figlia ti ruba le magliette e quando le lavi, le riponi direttamente nel suo armadio. Ti sei rintanata sotto uno strato spesso di indifferenza, ma il tuo cuore batte ancora? .

Io e te siamo un Quore solo”.

Lo vorresti scrivere sul muro di casa. Un cuore con la Q, perché anche il cuore sbaglia. Lui è andato via mesi fa. Ha lasciato quattro stracci. Potevi fare qualcosa e invece non hai fatto niente. Smettila di costruirti castelli di carta. È andato via. E tu devi andare al lavoro. Prendi la borsa, ci hai messo tutto? Fa caldo già alle sette di mattino. Alla stazione di Ostia, le chiome dei pini sono immobili. Niente vento.

L’amore ti fotte”.

Ti passi la borsa sull’altro braccio, perché si è già appiccicata. Non la sopporti. Non sopporti neanche l’afa opprimente che si scaglia su Roma ogni estate. “L’amore ti fotte”. Chiunque lo abbia scritto lo dovrebbe riportare su ogni singolo muro, segnalibro, libro. Romanzo. Lettera. Articolo di giornale. Anche sulla carta igienica. Ti fotte e al posto delle farfalle nello stomaco, ti mette le fragole intinte nel viakal.

Non si tratta di vincitori o vinti. Non è una guerra, ma la corazza non l’hai mai avuta. Preferisci girarti dalla parte del muro, pur di non guardare la parte del letto vuota. Tieni il suo cuscino sotto al lenzuolo per non accarezzarlo e piangere.

C’è un filo logico e la gente ci inciampa”.

Quando il treno si ferma ad Acilia, la scritta in nero campeggia sotto l’indicazione della stazione. L’hanno scritta in stampatello minuscolo. Non trovi la penna per riscriverla sul tuo quaderno. Ma non serve, te la ricorderai. Hai una memoria da elefante. C’è una cosa però che ora devi fare.

Affrontare le tue paure, i tuoi rimorsi e tutti quei rimpianti che hai collezionato tra le lenzuola fredde. Non trascrivere frasi dai muri. Hai già tre quaderni, cosa pensi possano dirti delle frasi riservate ad altri?

Non sono verità. Sono solo pezzi di muri imbrattati. Che fine hanno fatto i tuoi sogni? Loro sono la tua parte immortale, le tue ali. La nave che ti permette di salpare in ogni momento. Non è la fuga, la piega dove nasconderti, perché ora è solo un’altra piaga.

Ci sono treni che ti passano sopra una volta sola”.

E dal sedile sporco della metro, guardi le cicche di sigarette che stanno all’angolo tra la fine del vagone e la porta. Il tanfo dei turisti ammassati, ti arriva in una sola zaffata che ti costringe a girarti. Tiri fuori il quaderno viola e comincia a scrivere anche quella frase incastrata tra un sedile rotto e l’altro. Una signora ti guarda. Vorresti dirle ma cosa cazzo guardi ma poi le parole si arrotolano insieme alla lingua. Vorresti spaccare tutto e cancellare ogni singola scritta. Il treno rallenta, si ferma. Apre le porte e una massa umana informe se ne sta davanti a te, pronta per inghiottirti. La scansi come faresti con la peste.

C’è della Gloria nel Non essere Compresi”.

Vaffanculo, e lo urli a mezza bocca. Il barbone sdraiato sotto l’ala nuova di Termini si gira e alza, in segno di brindisi, la bottiglia di birra piena a metà. Fili spedita verso la fermata del centosessantuno che sarà in ritardo, e arriverà stracolmo. Ti giri verso l’edicola. Vorresti comprarti un giornale, poi rinunci.

Non voglio che i nostri destini si perdano nell’infinito. E tu?”

Ieri non c’era. Ti fermi a leggerla, mentre la fermata si riempie di gente assonnata e senza direzione. Ti rimetti a posto i capelli. Dovresti farti la tinta. Anche se vai a fare le pulizie presso una signora anziana, sei sempre una donna. E il romanzo che hai scritto la notte, sbriciolando sul computer? Dove è finto? In quale cassetto? Non lasciare che ammuffisca insieme a tutte le cose che hai lasciato a metà. Annoda tutte le scritte sui muri che hai trascritto in questi mesi, vestile, immergiti nell’inchiostro e poi componi altre parole. Le tue. L’attesa non è una boa di salvataggio.

Dopotutto domani è un altro giorno”.

Te la dovresti scrivere sul muro, dietro al letto. E la dovresti leggere tutti i giorni ad alta voce.

Con affetto, l’altra te.

L’undicesima Porta-Rossella Cirigliano

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Siamo così sicuri che i fantasmi non esistono? Che tra noi in qualche posto che frequentiamo non ci siano anime che cercano solo un po’ di compagnia? Rossella Cirigliano ci crede nei fantasmi ed è proprio un anima di duemila anni prima ad animare Porta Gaia, una delle porti di Roma. Ma il romanzo L’Undicesima Porta, 96, rue de-La-Fontaine Edizioni che si lascia scorrere avventura dopo avventura, è un giallo. E cosa ci fa un fantasma in un giallo?

L’arte è il punto di forza di questa narrazione perché ci troviamo di fronte a una vera e propria esplosione di quadri, romanità, bellezza. Ma oltre all’arte che mette in vista i suoi temi anche l’animo umano si toglie le maschere. Oltre a farsi leggere perché i gialli sono la miglior droga per menti curiosi, il romanzo si dispiega tra i tanti temi che vestono i personaggi. L’invidia, la bellezza corporea, l’arrivismo, la solitudine, la condizione umana, la negligenza, l’odio.

L’invidia una brutta bestia, aveva commentato tra sé evitando di mettersi a discutere sul posto di lavoro. La storia del cascamorto, tuttavia, le aveva messo lì per lì, un po’ d’ansia ma poi si era convinta che non sarebbe potuto essere vero. Che pettegole! Si era arrovellata Nina, orgogliosa e insicura al tempo stesso.”

Sabrina Carletti sente un formicolio e si trova un fantasma piangente davanti. È l’inizio della narrazione che ci porterà poi a tre apparenti suicidi. Il commissario Zeno Riga, che non poteva chiamarsi in nessun altro modo e il vice Valerio Silvestri, completano la squadra.

Il racconto di Lucio, il fantasma, e del suo amore è il filo rosso della narrazione. L’amore provato, cercato e poi perduto per cui la sofferenza può trasformarsi in una prigione lunga millenni. È un sogno infranto che si sposa poi con tutti i personaggi. Ognuno di loro si porta una crepa nel cuore, nel loro modo di gestire gli affetti e il mondo intorno. Anche la stessa Sabrina disincantata e troppo cinica si rifugia in battute acide lasciando l’amore fuori dalla porta. La condizione della donna uno scalino di una lunga scala di argomenti che fanno entrare i lettori all’interno della storia. Dona come fragilità e come sogni. Un po’ come i fantasmi, sono incorporei e sembrano svanire quando vorresti solo abbracciarli.

Nina farà la fine di sua madre se nessuno la aiuterà. Che peccato che una bimba tanto bella debba viver così. Da quando il padre se ne è andato di casa, senza lasciare traccia, la madre è diventata uno zombie; sempre ubriaca e completamente fuori di sé, non ne poteva più delle chiacchiere della gente.”

E il colpo di scena non manca. I tre suicidi diventano tre omicidi e la pista si riapre. Chi avrebbe voluto la morte di Romolo, Paolo e Franco? Si riapriranno le indagini e quale sarà il ruolo di Lucio, il fantasma e di Sabrina?

Il giallo diventa denso e comincia la rincorsa alle pagine per scoprire cosa ha mosso la mano quasi invisibile dell’assassino. E la fine lascerà tutti a bocca aperta.